Partiamo con i numeri, che in questo caso si chiamano nomi, la lista cioè dei giocatori che scendono sul rettangolo di gara. Ecco, allora, la formazione schierata dal Luis della “cantera romana” nella partita di ieri sera contro lo Slovan, i suoi cambi e la panchina rimasta a sua disposizione: Stekelenburg; Cicinho (dal 9’ p.t. Rosi), Cassetti, Burdisso, J. Angel; Perrotta, Viviani, Simplicio; Caprari (dal 24’ s.t. Verre), Totti (dal 29’ s.t. Okaka), Bojan. (Panchina: Lobont, Heinze, Brighi, Taddei).
 
Balza all’occhio che il progetto giovani-giovanissimi che il catalano intende portare nella capitale, è già ampiamente in atto. Oltre al pupillo Bojan, ieri abulico ed emozionato come un bimbo delle elementari, tra gli undici titolarissimi in campo a giocarsi la qualificazione all’Europa minore, che però garantiva un ottimo bonus di 5 milioni con cui poter ritoccare la rosa giallorossa, c’erano i baby Caprari e Viviani, con Verre (chi?) che si è fatto i decisivi venti minuti finali, ed Okaka che che prende il posto di Totti nel momento in cui la Roma doveva e poteva spingere per trovare il 2-0.
 
Tra tribuna e panchina si accomodano mestamente solo i cavalli di razza: in poltronissima il bomber Borriello, messo inspiegabilmente sul mercato perchè, testuali parole del ds Sabatini, “Mi ha sorpreso per professionalità e carattere, ma il suo gioco da noi non verrebbe  espresso al massimo”, cioè come dire “Qui da noi è sprecato”; in panca c’è il nuovo innesto, l’esperto centrale difensivo, l’argentino Heinze, mentre in campo Luis schiera in mezzo alla difesa il buon Cassetti, che nella sua lunga carriera non ha giocato da laterale al massimo per due o tre partite;  accanto ad Heinze troviamo, per tutti i novanta minuti, due veterani purosangue giallorosso, tali Brighi e Taddei, fisicamente integri e non propriamente dei vecchietti.
 
Luis Enrique, però, preferisce affidare l’esito della determinante qualificazione della vecchia Uefa ad un blocco di mezzi sconosciuti che fino a due mesi fa il campo non lo vedevano neppure dalla tribuna Montemario, lasciando un grande cannoniere a marcire nelle gradinate e tre ottimi giocatori che sono ampiamente avvezzi alle tensioni dei grandi eventi e che, soprattutto, nella loro lunga carriera si sono dimostrati molto spesso decisivi nei momenti topici.Il ragazzo di Gijon ha coraggio, è determinato e, quando parla (esclusivamente castillano), mostra le palle del gringo da corrida, ma pare che il suo corpo e la sua mente siano ancora rimasti a la Masìa di Barcellona, in quell’asilo nido che ad ogni stagione sforna piccoli pulcini fenomeni, dove i ragazzi giocano e pensano blaugrana da quando vengono fasciati in culla. Così, dopo una trentina di giorni dal suo arrivo, nel bel mezzo di un cantiere che non ha neppure tracciato le proprie fondamenta, il señor Enrique si permette il lusso estremo di rischiare e di giocare d’azzardo al cospetto di un insidioso doppio confronto ufficiale europeo, schierando un mix di giovani, vecchi, nuovi e fuori ruolo, che alla fine non può che determinare il più logico e scontato dei risultati. Perché, oramai lo ha imparato anche Maurizio Pistocchi, nessuna squadra in campo continentale è disposta a regalare nulla, ad eccezione, ovviamente, delle italiane.

E, badate bene, l’assurdo della sostituzione del Pupone nel momento clou non è tanto eclatante quanto assordanti ed intensi erano i fischi dell’Olimpico, bensì perchè in quel momento l’unico che non potevi togliere era proprio lui, perchè aveva fatto bene, ne aveva ancora, e rappresentava per la squadra un collante decisivo. Totti non deve avere il posto per grazia ricevuta da Castelgandolfo, o solo perchè lui è il settimo re de Roma, o per altre balle simili;  anzi, fossi stato nei Sensi, io l’avrei già monitizzato da un bel pò di anni. Il punto, invece, è il più banale e lapalissiano possibile, senza girarci attorno con tanti fronzoli o partigianerie fuorvianti: Totti non doveva essere tirato giù perchè fino a quel momento era uno dei più in forma, ed infatti la sua uscita ha prodotto un calo tecnico e di intensità ed ha provocato uno  scoramento generale della squadra, oltre ad uno smarrimento dei tanti giovanotti lanciati dal condottiero Enrique.
 
Tutto qui, signori della cantera, perchè il calcio, il futbòl se preferite, è una scienza semplice, elementare, dove l’unica cose davvero fondamentale è che le undici pedine del rettangolo siano collocate nella giusta posizione e, soprattutto, che i calciatori sappiano giocare, siano buoni. Questo è l’equivoco di fondo con cui vengono impropriamente definiti “progetti” una serie di acquisti di giocatori che galleggiano tra i  diciotto ed i vent’anni, comprati alla rinfusa nei mercatini di Spagna, Francia o Gabon, cui viene affibbiata subito l’etichetta di giovani-fenomeni, e dai quali si dice di voler perseguire questo o  quel modello. Stronzate, balle, boiate pazzesche. Non esistono progetti, non esistono modelli, esistono solo buoni giocatori, fissatevelo bene dentro la cabeza, anche voi che venite dall’Iberia. E non credete neppure a quei maestri di opinione che vi vogliono propinare la solita storiella del calciatore che deve essere funzionale al modello di giuoco dell’allenatore; altra cazzata colossale.
 
Esistono al più pianificazione, gestioni oculate, creazione di strutture sportive di proprietà su cui far nascere un buon settore giovanile, finanche un’ottima batteria di osservatori che possa scandagliare ogni metro quadro del mercato terrestre. La cantera del Barça è una storia tutta a sè, chiamiamolo modello se vogliamo, ma qui si tratta più che altro di allevamento, di concepimento di tanti piccoli culè che navigano sin dai primi vaginti nel mare blaugrana. Alla fine, però, il prodotto deve essere dato sempre e comunque dal gioucatore, perchè Caprari, Verre e Viviani non valgono neppure un’unghia di Xavi, Iniesta e Thiago Alcantara. Se poi Guardiola decide di privarsi (alle sue condizioni ovviamente) di uno come Bojan, è molto  probabile che un motivo più che valido ci sia, caro Luìs.
 
Servono qualità, corsa e un pò di tattica, poi se son giovani meglio, altrimenti chissenefrega; perchè poi diventa la solita storia della chissà quanto impellente necessità tutta italiana di avere una classe politica meno anziana, meno “esperta”, ma se poi mi mettono davanti al piatto la scelta tra un novantenne vispo come Cossiga ed un giovane collegiale tipo Bocchino, mi gioco casa e pantaloni sul primo. Della serie, non devono giocare perchè sono giovani, ma perchè quel posto lo meritano più di altri, perchè sono migliori degli altri.
 
Luis Ironman Enrique ha commesso un immenso peccato di presunzione, forse proprio di gioventù, scommettendo, con in mano una coppia di sette, i soldi che avrebbero potuto portare a Trigoria un discreto tesoretto, facendosi cacciare indegnamente da una competizione su cui Bombolo Di Benedetto & co. credevano seriamente. Deve capire, ed alla svelta, che il risultato in certi casi è vitale, serve anche per aiutarti nel “progetto”, e che esperienza e concretezza, in questi momenti di amalgama agostana, sono tremendamente indispensabili.
 
Ora Luìs, dopo aver preso i “suoi” Bojan e Josè Angel e puntato sul prospetto Lamela, che fino ad oggi ha collezionato solo la storica retrocessione col River, ha chiesto apertamente la cessione di Borriello, sapendo dell’arrivo (a 15 milioni, mica bruscoli) di un tale Osvaldo che ha imparato a far gol solo l’anno scorso. Adesso è tutto molto più chiaro. Il rischio deve essere sicuramente il suo mestiere.
 
Per l’inizio delle ostilità del campionato (a Roma si caldeggia ampiamente lo sciopero), ad oggi servono almeno 3-4 innesti di valore tra difesa e centrocampo, serve che De Rossi non faccia spolpare la dirigenza con le sue richieste, e serve soprattutto tanto lavoro, tanto allenamento sul campo e, se proprio vogliamo trovare un elemento positivo da questa assurda uscita europea, questo è sicuramente dato dal maggior tempo che Totti & co. potranno avere con mister Enrique, provando e riprovando un calcio che, finora, praticano solo dalle parti della Barceloneta.
 
Dopo ogni tragedia, si sa, arriva la resurrezione, ma adesso la priorità giallorossa è quella di difendere a spada tratta il suo coach, almeno fino a gennaio, contro tutto e contro tutti, anche se a Trigoria sanno bene che passare dalle verticalizzazioni nostrane al possesso del tiki-taka è un pò come chiedere a Claudio Amendola di girare lo spot di Premium con addosso la maglia laziale. Altrochè dieci euro…
Dai Luìs, noi siamo con te, a meno che impari alla svelta un po’ di italiano by DeAgostini, e che ti levi immediatamente quegli orrendi ed offensivi occhiali neri da maratoneta delle Asturie, avendo il coraggio di guardare negli occhi i tuoi giocatori, giovani e meno giovani.