Giorgio Bocca lascia il Belpaese a 91 anni suonati, dopo lunga malattia. Firma de Il Giorno e tra i fondatoti de La Repubblica (dove ha scritto sino al 28 novembre scorso), è stato certamente una penna che ha segnato l’era del giornalismo italico, dal fascino sino all’era berlusconiana.
Partigiano convinto, uomo schietto e tutto d’un pezzo, con quei lineamenti facciali così marcati e robusti da non poter farne uscire null’altro che ciò che pensava. Piemontese roccioso e scontroso, scrittore arguto e pungente, faceva della polemica d’inchiesta giornalistica il suo pane quotidiano. Senza filtri, senza peli sulla Bocca, senza etichette. Ma anche uomo-contro, forse troppo. Contro i sistemi, contro i salotti buoni, contro Berlusconi, in epoca recente. L’ultima parentesi della sua esistenza, infatti, è contraddistinta da una feroce critica a tutto ciò che era (e che è) la sfera del Cavaliere. Incluso l’elettorato forzista prima e pidellino poi, considerati come una sorta di male assoluto, da dover combattere sino allo stremo. Dipingendo più di mezza Italia elettorale come tonti pecoroni assuefatti, entrando suo malgrado nel tunnel patologico dell’antiberlusconesimo più latente. Fatto di astio, di odio, di disprezzo. E di un conformismo che non gli è mai appartenuto.
Ricordiamo il giornalista scrittore che ha attraversato tutta l’Italia post-unità, con l’intervista che rilasciò nel gennaio 2010 a Feltrinelli.it, in occasione dell’uscita della penultima fatica bocchiana, “Annus horribilis”, in cui il cuneese-scrittore parla a ruota libera dell’Italia che gira attorno al Sultanato di Arcore, tratteggiando in poche e semplici parole il contorno politico-sociale della razza tricolore.