«Dobbiamo iniziare a dare nuovi messaggi culturali: dobbiamo dire ai nostri giovani che se non sei ancora laureato a 28 anni sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto professionale sei bravo e che essere secchioni è bello, perchè vuol dire che almeno hai fatto qualcosa».
 

Queste le scottanti parole del viceministro-young del Welfare, Michel Martone, rampante classe ’74, già avvocato, giurista e docente universitario, oltre che consulente di Brunetta nella precedente legislatura, precedente questo che gli sta costando le solite misere etichettature formato italico (del tpo: “Ah beh, è stato con quello lì. Si capisce tutto allora”).  Con quella faccia da secchioncello sveglio e un po’ rampollo, con quel nome di chiare origini francofone, e con quei frammenti facciali che sono un mix tra Gramsci e John Elkann, il primo collaboratore del ministro piagente Fornero non ha detto altro che la pura e sacrosanta verità. Dico “Lo giuro”.

Non ha parlato di quei ragazzi e ragazze che, dovendo mantenere i propri studi con i classici lavori più o meno di fortuna, innalzano inevitabilmente l’agoniato conseguimento dell’alloro universitario. Martone si è semplicemente riferito a tutti coloro che, alla veneranda età di anni ventotto, non hanno ancora ottenuto il fatidico pezzetto di laurea, dopo una vita trascorsa nel semiozio o nel gigioneggio più totale. Tutto qui. Che c’è di così estremamente assurdo ed eclatante? Nulla. Perchè non vi è niente di più clamorosamente vero. Ma, come si sa, nella nostra beneamata Italia non è affatto sentire comune la netta espressione della realtà dei fatti. Senza filtri e, consentitemelo, senza etichette. Succede che il prototipo del ministro degli anni duemila, giovane, sveglio e competente, debba affrettarsi a consegnare le proprie scuse perchè l’ipocrisia del grottesco protocollo medioeval istituzionale glielo impone. Era da 8. Per il lieve dietrofront sul mea culpa della “mancanza di sobrietà” merita solo un distinto 7,5. Ma vabbene così.

L’estrema assurdità del solito “caso” montato dalla bufera delle indignazioni giunte soprattutto via web (trattasi dei nervi scoperti delle decine di migliaia di fuori corso) sta nel fatto che la parte lesa, in un Pease che riesce per davvero a guardarsi allo specchio, dovrebbe essere rappresentata dallo Stato, dal welfare nello specifico, che deve barcamenarsi e far salti mortali mettendo mano ad un piano di lavoro che cerchi di risollevare un mercato del lavoro disastrato anche e soprattutto dai mantenuti bamboccioni, o da quei “fenomeni” che non cercano nulla perchè vogliono fare solo quello a cui aspiravano dai tempi della culla. E che non si abbassano nemmeno mezzo centimetro a svolgere un lavoro che li dequalifica e che li umilia profondamente. Così stanno per estinguersi artigianato e professioni, e Pantalone deve continuare a fornire sussidi e manovre ad una folla sempre più ampia di laureati vecchi e snobisti. Applausi (ironici, ndr).

Invece nel Bengodi nostrano anche questo elementare concetto funziona alla rovescia. Sono le istituzioni e la politica che devono star ben attente a ciò che dicono e dichiarano, non devono neppur azzardarsi a pronunciare o scalfire quei milioni di tabù di cui la penisola tutta ne è colma. Perchè altrimenti, oddio vien giù il mondo, coi santi tutti e la Madonna annessi. Sacrilegio, blasfemia pura, indignazione nazionale. E interrogazioni parlmentari, c’è da giurarci. “Perchè un carica esecutiva non deve permettersi di dar giudizi”, “Sono insulti gratuiti”, “E’ fuori luogo che un ministro si esprima in questa maniera”. E giù con sentenze morali e socio-educative. E via con la gogna mediatica e la crocefissione in sala mensa. Con la macchina del bigottismo fangoso che si mette subito in moto, tra strampalate dichiarazioni-Ansa di qualche politico Idv e soprattutto con quel feroce tam tam in rete che inchioda e condanna senza appello Martone alla croce, tacciato di essere un fighetto paraculato solo per il fatto che sia il figlio del giudice Antonio Martone,  ex presidente dell’Authority scioperi oltre che amico di Previdi e Verdini (reato gravissimo, questo) e perciò timbrato come raccomandato della cricca mafiosa amica di Re Silvio – e quindi colpevole a priori – in quello che rappresenta il più classico pubblico ludibrio di Piazza Italia. Che non fa altro che confermare la veridicità delle parole del viceministro che, fiero di tutto ciò, dovrebbe appiccicarsi al petto questa coccarda da sdegno popolare, simbolo reale e segno distintivo della bontà del proprio lavoro. Bene così, Martone. E chi si indigna e s’incazza è sfigato pure lui.

Il giovane collaboratore del Welfare c’è andato anche troppo leggero, se dobbiamo dirla tutta. Se hai 28 anni significa che sei al nono-decimo anno di iscrizione e, mettendo anche tu sia iscritto a corsi “lunghi” come Medicina ed associati, a 26 o al massimo 27 devi esserti già portato a casa il pezzetto di carta. Altrimenti sei uno sfigato. A carico di mammà e di no’ altri, per giunta. Quindi, cari ventottenni figli di papà, siamo Noi che dovremmo indignarci, stizzirci, adirarci, imbestialirci ed andare in collera con Voi tutti accrescitori del debito pubblico e dei costi della già vessata macchina dello Stato. Capirete, allora, cari iscritti delle facoltà del vitalizio, che alla fine dei conti vi è anche andata di lusso, considerando che siete riusciti a cavarvela con il minimo sindacale, con un semplice e signorile “sfigato” d’ordinanza. Prendetelo, incartatelo e portatelo a casa. Poi finite quei cazzo di esami. O andate a lavorare in bottega. Che è molto più qualificante di sognare per una vita intera di fare il pilota aerospaziale, o a passare tutti i giorni della vostra esistenza giovanile nelle biblioteche “aquario” di Lettere e Filosofia.

Quanto a Voi, politici della zero-Repubblica e cattofasciocomunisti doc della prima ora, è giunto il momento di adottare una vision che vada ben oltre il democristianesimo più latente, fatto di diplomazia ad oltranza che arriva persino negare la realtà più palese. E’ giunta l’ora di uscire dagli schemi dell’era berlusconiana, intrisi dalla più feroce lotta campanilistica tra guelfi e ghibellini, che ha portato a vedere in ogni cosa il bene da una parte ed il male dall’altra. E a non saper neppure osservare la realtà per quello che è, concretamente e con obiettività, per via di quegli occhi foderati con uno spessissimo prosciutto, fatto di odio e partigianeria politica a tutti i costi. E fatela finita con quel falso e becero moralismo tutto Camera e Senato, divenuto faldone e intralcio perenne alla costruzione di un’Italia finalmente moderna. E libera, da ogni etichetta.

Anche perchè, varcata oramai da qualche anno la soglia del ventunesimo secolo, forse sarebbe pure il caso di riuscire a sdoganare almeno l’epiteto “sfigato”. Divenuto anch’esso tabù istituzionale.