Riappare d’incanto la classica rubrica a cura della redazione di OSE che riprende pezzi della quotidianità giornalistica nella rete. La proposta odierna è quella relativa all’opinione autorevole del professor Roberto Ravazzoni dell’università di Reggio Emilia, oltre che coordinatore bocconiano, riguardo alla recentissima entrata in vigore del decreto che liberalizza gli orari di apertura e chiusura degli esercizi commerciali.

Il ricercatore Cermes, incontrato da Il Foglio, esprime chiaramente quelli che sono i benefici apportati da tale misura, sia a livello di risparmio che di consumi, nonchè da un significativo incremento di Pil italico. E’ sbalorditivo oltrechè lapalissiano notare come bastasse così poco (anche se la pratica sarà tutta da dimostrare) per creare meccanismi concorrenziali altamente benefici per l’intero tessuto socio-economico. Più tempo per le mamme lavoratrici, meno sbattimento per i papà distratti e costantemente fuori orario, ma soprattutto più libertà e flessibilità per tutti. E meno corporativismo marchiato Italia. E’ poco, forse nulla, ma è già una rivoluzione liberale al cospetto del nulla osteggiato berlusconiano.

Ora speriamo e preghiamo catarticamente che questo sia solo il primo piccolo quanto significativo micro-ingranaggio all’interno della macchina liberal nazionale, ancora ben lungi dall’essere oleata e funzionante. Ce n’è di strada, e lo sappiamo. Ce n’è tanta, impervia e pirenaica. Perchè mancano ancora le liberalizzazioni dei tassinari, che certo devono essere garantiti sulle folli milionarie licenze pagate a suo tempo, ma che non devono rappresentare mai più una casta vincolante e politica.
Mancano le liberalizzazioni, ma forse è meglio dire la soppressione, l’abbattimento, lo stralcio completo e totale di qualsiasi ordine professionale. Dagli avvocati presidenziali ai giornalisti pubblicisti, dai notai giurassici agli ingegneri statali, dagli strizzacervelli ai paesaggisti-conservatori, dai dottori agronomi a quelli forestali, dai veterinari agli sconosciuti quanto ricercatissimi attuari. E pure loro, ai lor signori dottor farmacisti, che si dovranno finalmente rassegnare ad uno scenario fatto di concorrenza, di mercato, di vita. Non solo di di diritti e privilegi monarchici.

Dovrà finire l’era paleozoica del familismo e delle generazioni di dinosauri che stanno dominando le scene in lungo e in largo. E per secoli, nei secoli. Dovrà prima o poi volgere al termine la gerontocrazia che è male incurabile del Bengodi di prima e seconda Repubblica. Dovrà cessare un sistema fondato solo ed esclusivamente su richiami e raccomandazioni genalogiche, dove più di sei aziende su dieci selezionano tramite amicizie e spintoni vari, e il curriculum ha la stessa funzione letale della criptonite su Nembo Kid.

E’ ora di dire basta, è ora di fare basta. Basta con le logge massoniche dei magnifici Baroni universitari, che pensano più alla propaganda ed al proprio cadregone piuttosto che alla diffusione del loro sapere, così lautamente ben pagato. Basta con gli alti Papaveri di Stato, unti ed ingrassati per decenni dal solito stupido Pantalone, che si è ridotto in braghe di debito per sfamare l’ingordigia di funzionari tanto obesi quanto superflui. O inutili. Basta anche al vecchio desueto carrozzone di Mamma Rai, che partorisce solo deficit oltre che un palinsesto da pietà digitale. Basta con Carlo Conti e il Frizzolone, finiamola con i Timperi e i Magalli (e pure il maestro Mazza), smettiamola, per Dio, con i Bruno Gentili e i Galeazzi.

E poniamo fine pure alle dittature intellettuali delle prime e seconde serate di Vespa e Fazio Fabio. La Rai non è un vitalizio, e tanto meno un albergo da occupare in trincea. Viale Mazzini deve finire sul mercato, con tutte e tre le reti, perchè basterebbe lasciarne una per ricontaminare tutto il sistema radiotelevisivo. Servono sì regolamentazioni pubbliche per garantirne il pluralismo, ma è necessario e prioritario liberarci alla svelta di questo melmoso faldone che non fa altro che produrre tivvù generalista di bassissima qualità, e a costi folli. Altrochè servizio pubblico. Questo è servizio-rapina. Lottizzato politicamente, per di più.

E’ ora, o meglio, sarebbe l’ora. Perchè poi ci svegliamo di soppiatto dal terpore, un po’ assopiti, e ci accorgiamo che la realtà non è quella sognata. E neppure lontana parente. Notiamo che il governo dei Bocconi con loden, un po’ in camuffo, il canone ce l’ha addirittura aumentato, che di liberalizzazioni negli assetti più logori delle palafitte italiche non ve n’è neppure l’ombra, e che molto probabilmente anche sta volta farmacisti e tassinari avranno la meglio. E la spunteranno, su tutto e tutti. Sul governo e, quel che più conta, sul nostro futuro.
Non ci resta, orsù dunque, che accontentarci del poco (ma buono) che è entrato in vigore, sperando che piccoli e grandi comuni non inizino a menarcela con le loro fottutissime battaglie donchisciottesche per la salvaguardia degli interessi dei più piccoli e dei più deboli. E con l’ormai tiritera quotidiana dell’equità sociale. No, per favore, l’equità no! Vade retro! E avanti con il mercato.

 

Buona lettura e buona discussione. E fatevi sentire, popolo liberale dello Stivale! Suvvia.

 

L’articolo su Il Foglio on-line