Se n’è andato lasciando ai posteri una striminzita riga cinguettata su Twitter, in cui dice di aver dato sempre il massimo per la causa dell’Aquila, dispiacendosi se, per caso, avesse deluso le aspettative di qualcuno. Qualcuno?! Innanzitutto ha deluso il sottoscritto, che aveva riposto nell’eccentrico quanto impotente ex-bomber le migliori speranze per il ritorno al titolo fantacalcistico, che manca da quasi un decennio. 

E che Djibril non ha certamente contribuito al suo ritorno. Per il resto, è più facile girare le parole del francese con una domanda posta alla rovescia: “Per caso c’è qualcuno, tra i sostenitori laziali o tra tutti i calciofili nostrani, che avrà nostalgia di Cissé come calciatore?” Assordante silenzio in aula.

La notizia del suo trasferimento e della presentazione londinese al Queens Park Rangers l’ho  personalmente vissuta come una vera e propria liberazione. Non dovendo più infatti essere costretto a dare l’ennesima maglia da titolare nella mia fantasquadra a colui che è stato il vero Bidone d’Oro della stagione 2011/2012. Per distacco. Ed irraggiungibile anche per i vari Bojan, Maxi Lopez o Riky Alvarez che, nel loro minuscolo, qualcosa di più hanno già sicuramente fatto. 

Il suo arrivo nella capitale è quello di una vera e propria rock star. Tatuaggi in ogniddove, tosature con ossigenati sempre più fashion ed esclusive, e quel suo vezzo un po’ folle nel collezionare auto sportive completamente arredate. Sissignori. Bolidi o meno che fossero, il rude e muscoloso Cissé aveva ed ha l’abitudine di inserire all’interno dell’abitacolo gli optional più ricercati ed impensabili. Vasche idromassaggio, salotti hi-fi, frigoriferi americani, arrivando a possederne quasi una ventina. E mi è sempre piaciuto immaginare che, in mezzo alle tante iperaccessoriate da Mille e una notte, magari ne avrà avuta pure una  con all’interno il solo frigo a legna. Chissà. E comunque, è sempre questione di gusti.

Tanto appariscente e spaccone fuori dal campo, quanto inconsistente e pigro i mezzo al rettangolo di giuoco. Dopo un inizio in bello stile con una capocciata a San Siro che aveva illuso Reja e tutto il popolo biancazzurro di aver finalmente trovato un prepotente leone d’area, che in coppia col tedesco avrebbe fatto faville, ecco che dopo qualche partita ed una manciata di assist neppure troppo decisivi il ruggito roboante di Djibril si smorza e si sgonfia di botto. Passando dai terrificanti ruggiti del suo sbarco in Formello ai leggeri e delicatissimi miagolii che ne hanno accompagnato tutto il resto della stagione. E così l’imponente e massiccio giaguaro che faceva paura solo a guardarlo ha lasciato il posto ad un micetto tanto mansueto da non riuscir a gonfiar la rete in nemmeno una sola altra occasione. Eccezion fatta per l’ininfluente recentissima marcatura in Coppa Italia, sempre alla Scala del calcio, sempre contro il Milan.

Ma il problema, per il mastino Cissè, è che la serie A era composta da altre 18 squadre, ma a tutte queste il leone ivoriano ha totalizzato solo una lunghissima sfilza di virgole. Senza infortuni, senza squalifiche, senza scusanti. Così, constatato che il lavoro principe di  un attaccante è quello di buttarla dentro il più possibile, forse la banda-Lotito ha mostrato anche fin troppa pazienza con il francese. Come pure il pastore Reja che, stanco di aspettarlo, non ha potuto far altro che allargare le braccia, confinandolo in panca ad ascoltare del buon rap e arrendendosi al fatto di dover abbandonare la sua pecorella, smarrita e irrecuperabile.

La verità è cheCissé non ha mai voluto far parte per davvero del nostro fulbòl, fatto di pressing, corsa, marcature asfissianti e sacrificio. Tanto sacrificio. Anche e soprattutto per quelli che giuocano là davanti, tanto più nello scacchiere laziale dove il vero punto di riferimento offensivo è rappresentato da quel fenomeno assoluto che risponde al nome di Miroslav ed al cognome di Klose. Che sbraccia e corre più di Ledesma ed Hernanes. Ma lui, probabilmente, non fa testo. Il punto è che nel campionato più duro e tattico dell’universo non puoi permetterti di fare la bella statuina là in mezzo all’area, ne’ tanto meno muoverti come un stoccafisso lungo l’out laterale.

Non puoi aspettare i palloni giocabili fermo e imbalsamato nella tua zolletta, solo perchè sei una bestia di uno e ottantacinque e hai un fisico da paura. Servono i cosiddetti movimenti senza palla, serve andare in contro alla sfera, serve chiamarla, serve partecipare attivamente all’azione, e dare sempre tutto fino al novantesimo. Servono, senza girarci attorno, i cosiddetti. Gli attributi, che Cissé non ha praticamente mai fatto intravedere. Gironzolava per il rettangolo come uno spaccone, sollevando ed agitando di continuo le lunghe braccia per un passaggio sbagliato o per un fischio arbitrale che non condivideva. E lo faceva sempre, di continuo, platealmente. Era irritante, abulico, estraneo al collettivo e completamente fuori dalla partita. E indisponente, usando un eufemismo.

Tant’è che il buon Edy ha provato in tutte le maniere di sorreggerlo, mettendolo cocciutamente in campo dall’inizio per oltre tre mesi, anche se  poi era costretto a mandarlo in doccia dopo poco più di un’ora di giuoco. Ma il brodo non faceva che allungarsi, come la striscia di sterilità del portentoso felino Djibril. Nulla da fare, nessun segnale da poter catalogare come incoraggiante, e quell’astinenza che lo ha portato ad abbassare definitivamente la bandiera biancoceleste, andandosene senza aver mai lottato, senza essersi mai spremuto fino all’ultima goccia di sudore, per riuscire a guadagnarsi e meritarsi gli ultimi applausi ed incoraggiamenti della Nord. Che non rimpiangerà ne’ lui ne’ tanto meno il suo look stravagante. Tanto apprezzato ed idolatrato agli inizi, ma che poi neppure faceva più notizia. Anzi, quasi infastidiva, perchè quelle carnevalate stridevano assai con le performances del giocatore, non propriamente da bomber di razza.

Dopo essersi presentato con un sontuoso ed impressionante biglietto da visita di quasi 50 gol in 60 partite in terra greca, il leone di Arles ha abbandonato il nostro calcio quasi da meteora, mesto e rassegnato, lasciando di lui il solo ricordo del grande personaggio che era nel fuori-campo: quel corpo completamente sagomato, quelle acconciature da Oscar su barba e capelli, ma soprattutto quelle lussuosissime quanto superflue Supercar, parcheggiate sempre in doppia cifra a Trigoria, e divenute vero e proprio spauracchio per il custode del centro sportivo biancoceleste.
L’ultima effettiva apparizione in campionato di Cissé è stata lo specchio della sua stagione. Subentrato negli ultimi venti minuti di Inter-Lazio, con i biancocelesti sotto di un gol, non ha saputo far altro che starsene impalato sulla sinistra, nascondendosi nel lungolinea, dopo aver sparato alle ortiche una colossale occasione capitatagli nei piedi proprio poco dopo il suo ingresso. Forse era ancora freddo. Nossignori, semplicemente non è entrato col piglio giusto e con la necessaria concentrazione, con quella furia mentale ed agonistica che il suo fisico statuario, di norma, gli dovrebbe imporre. E che, di regola, ci si attenderebbe da un professionista. Mentre se sei svogliato e fai il supponente di occasioni te ne arrivano ben poche, perchè non basta avere qualche buon colpo per essere parte integrante di una squadra. E perchè il goal, se non lo cerchi, non arriverà mai.

Sul campo monsieur Cissé si è dimostrato l’esatto opposto di come invece appare nel red carpet pubblico. Mentalmente debole e troppo orgoglioso per far da comprimario ad un tipo ligio e lavoratore come Miro Klose, di cui ha sempre subito il carisma e la prolificità. Sempre polemico e snervante, capriccioso e primadonna, non è mai riuscito a comprendere fino in fondo il significato della parola sacrificio.

Addio Djibril, personaggio pittoresco e impareggiabile bidone d’oro.

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