Dopo il pastrocchio in brodo pugliese del 2010, con Bersani costretto a chinare la pelata al cospetto di Nicolino Vendola, che asfalta sul velluto il comprimario Pd Boccia. Dopo la sceneggiata napoletana che un anno dopo incorona a sindaco Totò De Magistris, attestando l’inconsistenza della democratica-banda con il mediocre candidato Morcone.
 
E ancora dopo la recente ondata arancione che ha travolto la Moratti e l’architetto snob Stefano Boeri, incoronando l’avvocato Pisapia a primo cittadino della Madunnina, non poteva certamente mancare il classico “quattro vien da sè”. Che arriva puntuale con la fantozziana Caporetto di domenica nella corsa al trono di Genova. Tra i tanti suicidi annunciati del Partito Democratico (sempre più democratico, sempre meno partito) questo è certamente quello più teatrale e folkloristico, anche se il copione rimane il medesimo.
 
Due candidati forti e di sistema che si beccano a vicenda, con il terzo incomodo che si presenta quasi in zona Cesarini. E che vince in scioltezza. Il solito film già visto.
Ovviamente il vincitore è uomo di Nicki chestaiadì Vendola (Marco Doria, ndr), mentre molto meno ovvio è che tra i due duellanti Pd ci sia pure il sindaco in carica (Marta Vincenzi), che non la prende propriamente con nonscialans e sportività. Sbraitando via Twitter contro i vertici del partito e paragonandosi a tale Ipaziafilosofa del V secolo, da Alessandria d’Egitto, ammazzata barbaramente da una folla di cristiani inferociti, giustificando così l’impietosa debacle addossando ogni responsabilità alla Spectre maschilista dell’intelligentia genovese, capeggiata da quel prete istrione di strada che risponde al nome di Don Gallo. La ferita brucia. Eh, se brucia.
 
Se trascuriamo i dettagli, gustosissimi e da puro avanspettacolo, la vicenda genovese rileva con chiarezza cristallina tre semplici cose, latenti ed assodate. Primo: il Pd è ufficialmente il cameriere elettivo di Vendola; imbandisce la tavola, poi se ne va, e Niki non deve far altro che servirsi. Secondo: le primarie, organizzate e gestite così, non sono rappresentative di un bel nulla. Terzo: è follia pura costringere il sindaco in carica (se lo si vuole ripresentare) a concorrere a tali selezioni. Se i vertici pensavano che la Vincenzi avesse fatto bene, la dovevano ricandidare e basta, puntando forte su di lei, senza doverla nuovamente mettere alla prova con l’umiliante gavetta delle primarie. Che ha il sapore della bocciatura preventiva.
 
L’ipocrisia e quell’assurdo feroce inseguimento della democrazia a tutti i costi (dicesi democrazia forzata, o eccesso democratico) hanno fatto e stanno facendo del Pd la barzelletta della politica italica. E non date retta a quella marea di balle che ci raccontano e si raccontano gli ottusi e derelitti dirigenti del Partito Democratico: “Comunque ha vinto il popolo, la gente, la democrazia”.
 
Balle, balle, e ancora balle. Che partito è quello dovrebbe essere di maggioranza relativa del Paese e guidare lunghe stagioni riformiste, se neppure sa organizzare una gara al suo interno, facendovi partecipare terzi e quarti incomodi, che puntualmente gli fottono elettori, candidature e poltrone? Che senso d’Egitto può avere realizzare primarie di coalizione, mostrandosi deboli ed inermi davani ad un avversario iperminoritario? Sbandierare il vessillo vuoto ed insignificante della democrazia (qualcuno dovrà spiegarci il suo significato politico, una volta tanto) come fosse la bandiera della Pace (altra boiata pazzesca, ndr) non fa altro che insabbiare ed eludere quelli che sono le reali problematiche e le questioni irrisolte all’interno dell’ampia formazione di Bersani & co. Primo: gli organi di partito sembra che facciano a gara nel scegliere i peggiori candidati della storia.
 
Quando poi, raramente, ci azzeccano, non fanno altro che gettare benzina sul fuoco, mettendoli uno contro l’altro (o tutti contro tutti) creando un inevitabile indebolimento del designato che va ad appannaggio dell’avversario, chiunque esso sia. E il voto di protesta diventa d’incanto un voto vincente. Secondo: nessuno all’interno dei Democratici sa ancora bene che cavolo vuol fare da grande (anno 2013, il Dopo Tecnici). C’è l’ala dei bersaniani e dalemiani camuffati che vuole riproporre la pazza (e deleteria) idea del vecchio frantumato Ulivo spostato a sinistra. Uno per tutti, e tutti dentro: da Sel a Diliberto, dalla Bindi a Rizzo, da Marino a Ferrero. E il carnevale è assicurato.
 
Poi ci sono i moderati veltroniani che vorrebbero chiudere con il comunismo (almeno coi partiti a simbolo falce e martello) proponendo la Grande Coalizione con il Terzo Polo dei tenori Fini-Casini-Rutelli. Mettendo assieme ex missini, ex Dc ed ex comunisti. Per un grande esecutivo catto-fascio-comunista. Che non è altro che un Ulivo in versione più democristiana.Quarto (ma non ultimo): non esiste una leadership forte e determinata, perchè Gigi Bersani sarà pure un buon amministratore ed ottimo contabile, ma la gestione di un bacino eterogeneo come il Pidì richiede ben altro. Tener li fila, dover fare scelte e indicare una strada. Con chiarezza. Anche davanti alle telecamere. 
La seconda grande questione è quella sul reale ed effettivo funzionamento dello strumento delle primarie italiche.
 
E’ chiaro che non stiamo parlando di quelle utilizzate per eleggere il Presidente più potente del globo, quello a stelle e strisce. Quella è roba assai seria. Si fanno regione per regione, con vere e proprie campagne elettorali; i candidati investono quasi più che nell’ultima fase della corsa alla Casa Bianca, e gli elettori accorrono in massa, come e più che nel duello finale. La differenza sta qui. I candidati americani hanno tempo e modo per farsi ampiamente conoscere, e la gente vota in numero considerevole e significativo. Dando luogo alla rappresentatività del politico. 
 
In Italia le cose sono un po’ diverse. Campagna elettorale inesistente, fatta di qualche manifesto abusivo in quà e in là, una sola striminzita giornata di consultazioni (quasi sempre al freddo e al gelo), con concorrenti il più delle volte semisconosciuti e che si organizzano in un arruffato carrozzone alla bene meglio. Poi, magari, com’è successo a Genova, vincono anche. E i votanti? Pochi, mal informati, e talvolta solo tesserati. Succede così che sotto la Lanterna, con quasi mezzo milione di aventi diritto al voto e, presumibilmente, con poco meno della metà di soli elettori Pd, si presentino a mettere la croce appena in 21.000, e l’ultimo arrivato (la variante, la novità) porta a casa l’intera posta con la bellezza di 8.000 schede. Applausi scroscianti allora a Marco Doria, che diventa il candidato ufficiale della sinistra con meno del 5% del bacino elettorale disponibile. 
 
Ma non venite però a raccontarci che questo è l’unico grande esempio di Democrazia politica. Piuttosto, siamo davanti ad una macchina sgangherata ed ad uno strumento che, seppur giusto e meritorio sulla carta, nella realtà dei fatti e nelle modalità d’impiego risulta inadeguato e per nulla rappresentativo. Mostrando più le sembianze di un contenitore di protesta piuttosto che il modello di salvaguardia da caste e corruzioni. E risultando dannoso agli stessi partiti, che lo utilizzano per crearsi quell’alea di sovranità popolare, ma che poi lo maledicono perchè finisce per mandare in frantumi anche le poche certezze rimaste. 
 
Qualcuno dovrebbe anche spiegarci perchè chi fa le primarie deve essere più orgogliosamente democratico di chi sceglie i propri rappresentanti dalle sezioni e nelle segreterie. Altro mistero tutto italiano. E tant’è che tra qualche tempo la “corsa alla democrazia” sbarcherà pure nel Pdl. E anche lì ne vedremo davvero delle belle. Parliamoci chiaro, allora, questo modo tutto popolare di selezionare il candidato non è altro che l’ennesima sottrazione delle classi dirigenti politiche ai propri compiti, alle proprie scelte. La verità è che i partiti non riescono e non vogliono più prendere alcuna decisione, neppure in una rosa ristretta a due o tre candidati.
 
Poi che c’entra anche questa storia che le primarie preserverebbero da corruzione ed infiltrazioni. I candidati che vanno al ballottaggio sono scelti sempre dai leader, mica scendono in terra per intercessione e grazia ricevuta? Se vogliono essere corrotti o disonesti, lo saranno anche se usciti dalle intoccabili primarie. E allora, che i partiti tornino a svolgere politica attiva e soprattutto di quartiere, e che finalmente facciano quello per cui sono stati creati e vengono lautamente finanziati: prendere decisioni e realizzare atti concreti. 
 
Quanto alle primarie, così come sono non possono essere neanche minimamente paragonate ad una cosa seria. Ma non ditelo a Nicola Vendola, che assieme a loro sta costruendo le proprie fortune. Ed un futuro certo da candidato premier.