Durante la sua gloriosa storia ultracentenaria la società di via Galileo Ferraris si è ampiamente meritata i galloni e l’appellativo di Vecchia Signora, grazie agli innumerevoli trionfi soprattutto in campo nazionale, ma anche e principalmente per quell’aplomb societario che l’ha sempre contraddistinta sin dai primordi. E che prese inevitabilmente il nome di Stile Juventus

Un marchio registrato, una denominazione controllata di altissima qualità. Che nessuno poteva mettere in dubbio ne’ scalfire, perchè non ve n’era ragione alcuna. Ogni calciatore planetario sognava di vestire la casacca della Vecchia Signora perchè, oltre a vincere ed arricchirti, la Juve rappresentava un modello di società quasi unico. Panni sporchi lavati in casa, dichiarazioni sempre serene e razionali, toni fermi e mai polemici. E quella sobria e decisiva signorilità di presidenti e dirigenti che non oltrepassava mai il limite dell’estremo, e che al massimo si poteva permettere un leggero filo d’ironia che era tanto meglio di urla e schiamazzi di oggigiorno. Un allenatore che arrivava alla corte bianconera sapeva di chiudere certamente la stagione con Madama, perchè non passava neppure nell’anticamera dei pensieri di Agnelli & co. di esonerare un allenatore a campionato in corso. Era un qualcosa di assurdo, era fuori dalla logica juventina, era semplicemente una caduta di stile. Tanto che non avvenne ne’ con Rino Marchesi, ne’ tanto meno con l’uomo spumante Gigione Maifredi, che lascio’ la Signora addirittura fuori da ogni Europa.
L’apice delle polemiche e delle diatribe di palazzo veniva toccato con quei meravigliosi e storici duetti della metà degli anni ottanta tra l’Avvocato ed il presidentissimo giallorosso Dino Viola, memori di punture e punzecchiature reciproche che lasciavano trasparire l’eleganza, lo charme ed il sarcasmo di quei tempi che sembrano oramai passati da oltre un’era geologica. Battute sottili e taglienti, botta e risposta continua e perenne, ma sempre nel rispetto assoluto di quella soglia di sgradevolezza che non era mai in alcun modo neppure lambita. Nessun disegno, alcun fascicolo o dossier, e figuriamoci il sospetto che vi potesse essere una Specctre od un grande manovratore globalizzato. Bei tempi, altri tempi. Quelli dello stile-Juve.

Il resto è storia assai recente, con la Triade che vince tutto e Moggi che raddoppia il Cupolone. E l’Avvocato che osserva, non approva, ma non può che lasciar fare, visti i  bilanci presentati quasi sempre col segno Più. Don Luciano tira la corda al massimo, poi inevitabilmente la spezza. La Juve finisce in B per la prima volta, e lo stile Juve è bello che andato. Dopo l’inferno sembrano aprirsi gli spiragli per una Signora nuovamente ardere di eleganza. Ma il romanzo dura poco, appena l’amen di una stagione. Il buon Ranieri cacciato in dirittura d’arrivo ed altri due bruciati e fatti sbranare da una piazza sempre più feroce e schizofrenica. Risultato: mai oltre il settimo posto, con campagne acquisti fallimentari e bilanci da film dell’orrore. Oltre a quella sensazione di dilettantismo latente figlia di una gestione umorale più che di una vera e seria programmazione.
Nel mezzo c’è il trapasso di bile tra gli Elkann e l’agnellino cigliuto Andrea, che cambia vorticosamente la strategia su Calciopoli. La Juve passa dal costituirsi parte civile e riconoscersi pienamente colpevole nell’estate 2006 alla richiesta della restituzione di due scudetti del 2010. Dichiarando guerra al sistema-Calcio ed al nemico pubblico Inter per ben due anni. Oltre a quelli che verranno, ovviamente e purtroppo. Appelli ed esposti continui e lamentosi alla Federcalcio, battibecchi quasi quotidiani con via Durini e ad ogni mezzo stampa, per finire con quella folle e fantasiosa lettera francobollata all’attenzione di monsier Platini con la richiesta di estromettere i colori nerazzurri dalla massima competizione internazionale. Il rampollo Andrea Agnelli riapre dopo secoli e secoli la lotta dochisciottesca contro i mulini a vento.
Tra un memorandum ed un attacco a La Gazzetta, tra un vaffa ad Abete ed un encomio a sor Luciano Moggi, si arriva alla tanto sospirata estate 011, quella delle speranze di rinascita. Il bell’Antonio Conte diviene a suffragio universale il sesto allenatore dell’era post-Calciopoli. E sorprende tutti, me compreso. La Zebra torna a far calcio, miete vittorie e successi a ripetizione, e dopo anni torna davvero competitiva per la lotta al titolo. Il teatro dello Juventus Stadium è il dodicesimo uomo, la sinergia tra coach e società è tornata quella dei vecchi tempi, e tutto finalmente inizia a girare all’unisono. Tanto da far rivivere ai più quel lontano e  sbiadito stile-Juve. Che, però, come ogni favola che si rispetti, ritorna ben presto a farsi flebile ed impallidito.
Nell’anno che doveva essere esclusivamente quello della crescita e del ritorno alle competizioni europee – con preferenza Champions – ritrovarsi sorprendentemente a tre mesi dalla bandiera a scacchi a giocarsi lo scudetto dopo aver messo in mostra la migliore cifra qualitativa del torneo, non è certamente cosa di poco conto. Ma la mannaia autodistruttiva continua imperterrita a pendere sul capo della compagine più titolata d’Italia. E così questa società che non sa vivere che di astioso orgoglio verso il l’apparato pallonaro se ne esce con l’ennesima guerra contro i mulini a vento. Che nell’anno sesto D.C. (dopo Calciopoli) prendono le sembianze ed il nome della classe arbitrale italica di Serie A. Così il fiero condottiero Antonio Conte, fin lì encomiabile e superlativo, inizia a sbraitare la sua rabbia raucedinata verso Stanze, Leghe, Palazzi e quant’altro. E per di più la banda Agnelli va a riesumare dal loculo uno scolastico quanto imbarazzante Peppe Marotta, mandandolo a fare il giro delle tivvù nazionali e facendogli recitare il solito ritrito copione del lamento e della tutela minacciosa, quasi in stile BR fine anni sessanta. Tanto tuonò che piovve. Così in una mite ed umida serata di fine febbraio in quel di San Siro accade il più classico scherzo del maligno e carognoso destino calcistico. Il gol rossonero del 2-0 era sacrosanto, come l’imperdonabile svista della terna. Ma Conte in sala stampa fa capelli da mercante, catalogando il non-gol alla stregua del fuorigioco millimetrico segnalato a Matri sullo 0-1. Facendo nettamente intendere di voler raccogliere quanto seminato nella campagna gognatica contro i fischietti.
Intanto la Juve continua a pareggiare, dilapidando il potenziale vantaggio accumulato contro il Diavolo fino alla ripresa di Udine. Pareggia in casa col Chievo, pareggia al Dall’Ara di Bologna, e soprattutto pareggia a Genova, zona Marassi. Dove i bianconeri ritrovano il futbòl del 2011, schiacciando il Genoa e mettendo in fila ben dodici azioni-gol condite da un palo. Ma la palla non entra, e allora l’astuta poltronissima juventina pensa bene di rintanarsi in uno dei più beceri e stucchevoli silenzio-stampa della recente storia moderna pallonara. Facendo partire con anticipo l’ennesima strategica settimana di passione targata Galileo Ferraris. E di pressione ulteriore per l’arci massacrata classe arbitrale.
Per la cronaca, al Ferraris c’era sì un gol buono di Pepe, ma in zona Cesarini è stato negato pure un evidente penalty di Pirlo su Rossi. Embè? E allora niente. Allora mister Conte dovrebbe chiedersi il perchè la  Vecchia Signora abbia solo il quinto attacco della A, con l’intera batteria di punte sputante bianconere che non raggiunge neppure la quota-Ibra. Allora bisogna finirla con quella pazzesca boiata per cui chi ha ricevuto meno rigori sia automaticamente e di diritto il bersaglio di Nicchi ed Abete. Oltre che della CIA. Allora smettiamola con gli insensati paragoni tra gli undici penalty della Nocerina ed i nove del Catania, e che allora il Sig. Conte si ricordi pure che il Milan di Capello vinceva senza tirarne uno, di rigore. Allora tutta la baracca juventina deve finirla di celare i deficit tecnici e di organico giustificandoli ossessivamente con questa indecorosa guerriglia contro il sistema. Perchè se Borriello cicca, se Matri non punge e se Quagliarella scalda la panca per novanta minuti, mica è colpa di Braschi e Rizzoli. E neppure di una segreta setta di congiure guidata dal demone Moratti.
Ritorna, Stile-Juve. O non ritornerai più, Vecchia Signora.