Chinaglia era uno di quelli che il pallone lo maltrattava. Era rude, un po’ rozzo, poco dotato tecnicamente e dall’andatura claudicante all’apparenza svogliata. Ma aveva tanta gamba, molta testa e un cuore immenso. Giorgio Chinaglia era un vero bomber. Un grande bomber. Lungagnone mastodontico e possente, in campo diventava una belva. Burbero, rabbioso e spigoloso, ma quando sentiva l’odore dell’area era cinico e spietato. Come un vero bomber. Un bomber di razza.
Chinaglia era uno di quelli che nei novanta dava tutto, e forse più. Maglie strappate, parastinchi divelti, graffi e spigolature facciali. Nulla lo fermava, e niente lo intimidiva. Perchè lui era Long John. Simbolo e vessillo biancoceleste, capace di portare il tricolore laddove non se ne era mai avuto il neppure minimo sospetto. Scontroso e accigliato come ogni toscano che si rispetti, Giorgio in fondo era un bonaccione. Capace di mandare affanculo in mondovisione il Ct azzurro Valcareggi durante l’incontro con Haiti al mondiale ’74, sapeva poi ricucire subito con un abbraccio riappacificatore, tanto semplice quanto autentico.
Giorgio era un istintivo, ma soprattutto un generoso.  Uno che la gamba non la tirava mai indietro, uno che col cavolo che si risparmiava. Uno che i gomiti li teneva sempre alti e pungenti. Uno che quando c’era da menaje, lui c’era sempre. Uno che non te le mandava certo a dire, anche perchè era difficile capirlo. Uno che si spremeva finchè ne aveva, anche dentro lo spogliatoio se ce n’era bisogno. Uno che forse ha ricevuto molto meno di quello che ha dato. Regala il sogno a un popolo che fino ad allora faceva la spola tra la B e la A, segna quasi cento reti facendo diventar grande una Lazio provinciale, ma al rendiconto non ottiene quanto dovuto. Senza l’alea protettiva del padre putativo Maestrelli viene accantonato, tant’è che in nazionale son più i dolori che le gioie. Così il ribelle e scapigliato Chinaglia prende la decisione che non ti aspetti, fregandosene del calcio che conta e della maglia azzurra. Intuendo che la parabola discendente bussava alla porta, preferisce varcare l’oceano, e seguire gli affetti americani. Giocherà nei Cosmos newyorkesi per ben otto stagioni, segnando come una mitraglia e facendo la storia della Soccer League. Alla fine chiude da vincente, continuando a fare la cosa che più di ogni altro gli viene meglio: il goal. Destro o sinistro, al volo o di rapina, di testa o di rigore. Non faceva differenza. Perchè lui era un goleador. Un vero goleador.
Il resto di Chinaglia, quello fuori dal campo, è un misto di confusione, pasticci e cronache giudiziarie. La generosità d’animo che lo rendeva unico nel rettangolo si tramuta in ingenuità e disastri societari. La sua presidenza lampo alla Lazio si chiude nell’amen di un anno – il 1983 –  per problemi economici. Fa la spola tra States e Belpaese facendosi invischiare in oscure e fallimentari vicende. Sino al paradossale e ben poco edificante tentativo di scalata all’acquisto della Sua Lazio, dove Giorgione risultò essere il prestanome dei Casalesi. Ne seguirono accuse di estorsione ed aggiotaggio, fino all’ultimo mandato d’arresto del 2008 marchiato riciclaggio. Per la giustizia italica Long John risulta ancora latitante.
Preferiamo ricordare Chinaglia per quell’immenso campione che era dentro il campo di gara. Con quei capelli arruffati alla chissenefrega del look. Con quel testone perennemente chinato. Con quel buffo nasone da cartone animato. Con quella faccia da gigante buono che quando vedeva la palla si trasformava nella più feroce delle tigri. Con quelle lunghe leve difficili da gestire ma che andavano su ogni pallone. Con quella postura arcuata e quei movimenti imperfetti e scoordinati. Con quel senso del goal e quella ferocia agonistica che erano fatti apposta per gonfiare la rete.
Ciao Giorgione, bandiera biancoceleste e incomparabile goleador.