Ancora nessuno degli illuminati altissimi vertici del Calcio italico ci ha fornito una spiegazione logica e plausibile riguardo al rinvio coatto di questa giornata di campionato, dalla massima serie alle infinite leghe minori. E’ morto un ragazzo di 25-26 anni per cause del tutto casuali e fortuite, e di questo ne siamo addolorati tutti, anche perchè Morosini stava dentro lo star system del mondo pallonaro, è stato giovane promessa, ed era personaggio pubblico conosciuto ai più.

Ma questa può davvero essere una giustificazione reale e sostenibile per bloccare tutte le partite nazionali di un week end? E’ stato veramente giusto dover mollare gli ormeggi  della principale nave sportiva nazionale? Servirà a qualcosa questa fermata obbligatoria di cordoglio? No, no e ancora no. Va detto chiaramente, trattasi esclusivamente di inaudita e latente ipocrisia nazional popolare. 

Abete e tutta la ciurma di conigli reali che riempiono le stanze dei bottoni del Pallone hanno scelto, come sempre, la strada più semplice, più corta e meno tortuosa, la più pilatesca e donabbondiana possibile. Quella populista, retorica e finta morale. Quella dissumulatrice, convenzionale e perbenista. Quella che “meglio far così, altrimenti vedi te la pioggia di critiche, polemiche e insulti”. Quella sbagliata, però. Come spesso gli accade. 

Era giusto e bisognava giocare, perchè era il modo migliore di onorare la memoria e la carriera di un collega che ha lasciato la vita proprio su quel rettangolo, proprio perchè doveva e voleva giocare. Bisognava giocare, perchè i calciatori sono fior di professionisti, che hanno sì i loro sacrosanti diritti, ma pure parecchi doveri inconfutabili, e non li si può trattare nè come infanti poverini e suscettibili, nè tanto meno come cittadini e lavoratori di serie A, hors categorie. Si doveva giocare, perchè se muore un qualsiasi o qualsivoglia operaio di Mirafiori o Fincantieri, anche se neppur diciottenne, mica si fermano le linee produttive per un’intera settimana.

Perchè così deve essere. Perchè, nolenti o volenti, la vita è anche questa. Cari signori della massima serie.Non ci si doveva fermare perchè, santo Iddio, è morto un ragazzo giovane mentre faceva il suo mestiere. E’ morto per infarto, attacco cardiaco o aneurisma, come se ne vedono – purtroppo sempre più – anche nella vita reale, in quella di tutti i giorni, misera e dignitosa al tempo stesso, che però non regala nè copertine, nè approfondimenti, e neppure mezzo trafiletto sulla cronaca necrologica di qualche gazzettino di quartiere. A meno che inquirenti e magistratura non accertino che esistano piste reali che conducano dirette al doping oppure a società colluse che lucravano meschinamente sulla salute dei propri tesserati, o ancor peggio dell’esistenza di complotti trasversali che potrebbero far addurre ad un evento non isolato, la prematura morte di Morosini deve essere considerata esclusivamente una pura e tragica accidentalità.

 
Certo, difficile da immaginare fino a ieri, ma solamente di drammatica fatalità si può parlare. Anche perchè il defibrillatore salvavita è stato utilizzato nei tempi consigliati, e quei tre minuti di ritardo dell’ambulanza – si dice – non avrebbero cambiato nulla. Ma questa sarebbe stata un’altra storia, di negligenza e dintorni, che nulla avrebbe a che vedere con l’assurda  sospensione di tutti i tornei.
Fanno davvero sorridere i tanti e stimati addetti ai lavori che fanno il giro delle tivvù (il ds Marino, ndr) lanciando interrogativi inquietanti e chiedendosi sospettosamente il perché dell’incremento dei casi di infarto nei campi di gara. Se riflettessero un momentino, capirebbero che è come domandarsi il motivo per cui la gente continui a morire di cancro, o dell’assurda causa per la quale esista ancora la fame nel mondo, o senno’ per quale stupida ragione i popoli continuino a farsi la guerra. E lo dicono, ovviamente, non perché siano ingenui, stolti e babbei, ma solo per placido ed ignavo volere di accodarsi a quella disgustosa scia di finzione puerile che invade ed infesta tutto il pianeta Calcio-Italia.
 
Come stucchevoli ed inascoltabili sono state alcune trasmissioni televisive (Premium Calcio, ndr) che hanno mostrato volti commossi al limite del ridicolo (Calcagno, Cesari, Serena, ndr), incapaci di raccontare la cronaca di giornata e mostrandosi mortificati e lagnosi all’ennesima potenza, senza neppure la capacità (e non la forza) di andare oltre quell’inconcepibile ed ipocrita cantilena fatta di espressioni laconiche del tipo “è difficile trovare le parole in questi momenti”, “non abbiamo la forza di raccontarvi questa giornata”, “non so che dire, forse è meglio il silenzio”. E’ sì, sarebbe stato sicuramente molto meglio il silenzio, e giocare, piuttosto che ascoltare quest’insensata ed inconcludente ripetitività di frasi fatte. Vuote, inespressive e standardizzate. Che Piermario Morosini, mi ci giuoco una mano, mai e poi mai avrebbe voluto udire. E a questo proposito va fatto un plauso a Valentina Ballarini che, all’inizio della conduzione dello speciale di B su Sportitalia, ha certamente ricordato e reso onore al giocatore scomparso, ma poi si è immediatamente rituffata nell’approfondimento della giornata, con quel magnifico “Ora parliamo della 35ma di serie B, ci tocca, perchè questo è il nostro mestiere”. Applausi. E’ così che si affrontano le professioni. E la vita.
 
Ora, potenti signori ed egemoni di FIGC e Lega, tale grottesca e populista decisione che vi siete accollati, destituendovi colpevolmente di ogni elementare e basica responsabilità, quale morale e nobile finalità si dovrebbe proporre? Quella di fermarsi una settimana a riflettere? Quella di pensare, ripensare e rimuginare per giorni a quello che è capitato a Pescara? Oppure quella di riflettere notte e dì su come poter intervenire con questi malori improvvisi e, di conseguenza, come migliorare l’universo mondo? Ma per favore, maddai, suvvia. Fateci almeno l’esimio piacere di zittirvi, almeno per una settimana. E’ stata una chiusura di facciata, la classica panacea che sta bene a tutti e che lascia la polvere sotto il tappeto. E’ il solito retorico all’italiana, dove appena muore qualcuno si cerca subito l’interrogazione parlamentare. Ma poi, passata una settimana, finisce che nessuno si ricorderà nemmeno più chi era Piermario Morosini. Serviva semplicemente una coperta di linus per il neonatale pianeta Calcio, e questa è arrivata col blocco dei campionati. Elementare, Abete, non c’è bisogno di rispiegarlo, il concetto. Noi lo abbiamo capito, e per bene, ma voi per favore non veniteci più a raccontare le solite frottole sull’emotività e la sensibilità degli esseri umani. Perché siamo appassionati e tifosi, mica coglioni.
 
In questo stivale che più ipocrita e democristiano non si può, chi proverà ad uscire legittimamente da questo coro di inutile buonismo e deleterie banalità sarà considerato un folle, un eretico, un sacrilego. Un cinico e barbaro che non ha neppure pietà di un povero ragazzo che nella vita ha sempre dovuto combattere contro le avversità. Un ateo bestemmiatore da rinchiudere nelle patrie galere della Federcalcio. Perchè era giusto fare così, perchè Abete ha preso la decisione giusta, e perchè era il minimo che si poteva fare. Punto. E le altre opinioni stanno a zero, perché o ti adegui, o vieni messo in croce. Come quell’istintivo di Zamparini, che ha provato a sussurrare che forse sarebbe stato anche bello “giocare per Morosini”, per poi subito sottolineare il suo plauso alla presa di posizione del presidente federale, uscendo dall’empasse e da quel terribile rischio di essere accusato ed etichettato a vita come come un insensibile e delirante sciacallo.
 
Le cose, al contrario, non stanno così. Non si tratta nè di cinismo, nè di amoralità, nè tanto meno di agghiacciante indifferenza. Ma semplicemente di quell’indecifrabile parabola che prende il nome di vita. E che in certi casi può anche essere tragica e tremendamente ingiusta.