Se ne va con la mestizia e l’educazione con cui era sbarcato a Trigoria lo scorso Luglio, l’uomo di Gijòn. Se ne va dopo appena una stagione, l’ironman asturiano che aveva incantato la cantera blaugrana. Se ne va con le mosche in mano, anche se nel finale riesce almeno a strappare il Tapiro.
Se ne va, Lucho, perchè è stanco. Stanco come Pep, che però ha tenuto botta per quattro stagioni stellari, creando e mantenendo il gruppo più bello, forte e vincente della storia. Se ne va, Luis Enrique Martinez Garcia, perchè non gliela fa più, perchè un anno in Italia ti segna come dieci nella tenera e burrosa Liga. Se ne va, l’asturiano intransigente con los cojones da vendere, ma che oggi ci pare più un cordero spelacchiato della bassa bergamasca. Se ne va, e ci mancherà.
Ci mancheranno le sue conferenze del sabato, decise e dirette. Ci mancherà il suo idioma poco italico, che sapeva però andare al nocciolo senza tanti fronzoli. E che ti lasciava basito e senza domanda. Ci mancherà il suo tono perentorio e mai banale, che affossava e irrideva l’ingessato studio di turno. Ci mancherà la sua franca e sincera correttezza, perchè mai e poi mai si attaccava a questo rigore o a quel cartellino (entiendes, Mazzarri?). Ci mancherà quel suo orgoglio purosangue ispanico, perchè Lucho le cose le diceva chiaramente, in faccia, senza quel retorico orpello dell’intervista precotta. Ci mancherà il suo sorriso a mento attapirato, e quel suo essere un po’ sornione e un po’ serafico. Ci mancherà il Toto-Luis della vigilia, a scommettere su quale altra diavoleria avrebbe fatto là davanti. Ci mancherà il suo rigore, ma anche la sua disciplina. Peccato che Osvaldo avesse sempre il cerchietto dentro le orecchie. Ci mancherà il suo sorriso sfigurato dell’ultimo mese, tenero e tirato allo stesso tempo, che indicava che le batterie erano già ampiamente andate, e che anche l’highlander si stava via via spegnendo. Ci mancherà, caro Luigi, quella tua diabolica risata in faccia all’inviato Rai che, dopo lo 0-3 a Torino in coppa Italia, insinuava che la squadra fosse calata “psicologicamente”. E tu, grande Lucho, gli hai seccamente risposto che undici giovani milionari, quando corrono dietro a una palla, non possono essere stanchi mentalmente. Sante parole.
Lui sì però, se ne va perchè affaticato, con un carico immane di stanchezza che lo lascerà fuori dai campi per un’intera stagione. E c’è da credergli, perchè l’usura interiore che ti crea la serie A è roba tosta e, se non hai gli anticorpi pallonari giusti, non c’è trippa per gatti. L’ispanico di Trigoria esce con assoluta dignità, rassegnando le proprie dimissioni, che qui da noi sono merce pressochè unica. Ma si lascia alle spalle un fallimento praticamente totale, di magnitudo pari alle roboanti aspettative del millantato progetto azulgrana. La Roma chiude settima, una delle peggiori di sempre, fuori da tutto e senza uno stralcio di prospettiva, con la pia illusione che Montella possa detenere la bacchetta magica. Quattordici sconfitte e cinquantaquattro gol subiti sono più da squadra che non deve retrocedere piuttosto che da una che lotta per l’Europa, e le sessanta reti messe a segno non possono giustificare ogni cosa. Il progetto, si sa, non esiste per definizione,  e le speranze riposte sull’asturiano erano un tantino eccessive. Ma la torrida piazza giallorossa credeva ciecamente in lui, tant’è che è rimasta benevola quasi sino alla fine, pazientando come non mai. Le continue scoppole che l’allegra corrida-Enrique seguitava a beccare in ogni parte dello stivale (in trasferta quasi due pere a partita, ndr) hanno però inesorabilmente finito per far innervosire pure quel tenerone di Bombolo Di Benedetto. Per non parlare ovviamente degli azionisti Unicredit. Cornuti e mazziati.
Il matrimonio Lucho-Roma si era suggellato con un peccato originale di fondo. Trigoria non è la Masia, e il gaucho non era arrivato per allevare ragazzi da maturare per grande palcoscenico. Luis Enrique doveva allenare una squadra blasonata e matura – e pure un po’ anziana – cercando di ottenere risultati tramite il suo modello offensivo di fare fùtbol. Così il ragazzo di Gijòn se n’è strafottuto dell’importanza che poteva avere il preliminare di Europa League, decidendo di mandare al massacro giovanotti come Caprari, Viviani ed Okaka, che mai più poi si sarebbero neppure intravisti nel resto della stagione. Lucho era così, voleva stupire sempre e comunque, senza che nessuno glielo chiedesse, forse perchè così il suo ingaggio aveva un po’ più di senso. L’approccio col Calcio è shockante, ma pure il resto non scherza. Ci mette tre mesi, Luis, a capire che non gioca nè a Malaga nè a Mallorca, e tanto meno a Granada, ma la difesa rimane sempre oggetto misterioso, che buca e fa acqua da ogni zolla. Se poi si eccettua un trittico che si conclude col sonoro poker casalingo all’Inter, pure il tiki taka di enriquiana memoria viene ben presto accantonato. Per buona pace del tattico Moreno (quello con tuta e I-pad sempre incollato ai polpastrelli).
La historia con la Magica diventa triste perchè l’asturiano non riesce e non vuole calarsi nella realtà italica. Possesso palla e infiniti tocchi di prima in orizzontale non dicono nulla se poi i tre dietro si fanno infilare a ogni discesa avversaria. Perchè, che che ne dica il sommo Maestro Arrigo, la partita non la vinci solo se tieni la sfera con percentuali bulgare abuliche. Se poi si aggiunge quello stravagante e bizzarro stravolgimento tecnico-tattico domenicale, ecco che i debordanti numeri romanisti sono ampiamente spiegati. E con loro il mascellone dell’uomo di Gijòn, che si inarca sempre più, fino a ottenere le sembianze del meritato Tapiro.
Onore a te, Lucho, incompreso Don Chisciotte delle Asturie. Sogni d’oro gaucho Luis, e che il lungo letargo possa finalmente ridestarti su diagonali, tattica e fuorigioco. E capirai che la Difesa – quella senza Kjaer s’intende – può anche essere cosa buona e giusta.