Mentre sua Santità si è affrettato a consegnare l’obolo della carità da mezzo milione, e chissà se mai finirà sui crateri delle tendopoli modenesi. E mentre Kaiser Fornero punta il suo dito stucchevole contro le imprese che, dopo la prima scossa, hanno avuto il torto inverecondo di continuare la di loro e nostra vitale produzione, ed il sacrosanto inalienabile diritto al lavoro. […] E ancora, mentre Paolona Severino si inventa lo sghiribizzo che è la boiata più inapplicabile del millennio, con la genialata dei galeotti a dar manforte tra le macerie padane. Ma anche, e ahinoi, mentre Robot Full Monti dichiara ai suoi sudditi di sentirsi seriamente accerchiato e minacciato dai forti poteri, ecco che si viene a scoprire quasi in sordina che proprio un’ordinanza targata Presidenza del Consiglio (in tema di certificazione di agibilità sismica) ha fatto perdere ai comuni dilanianti tempo assai prezioso per procedere con gli essenziali controlli sulla sicurezza delle attività produttive locali.
Mentre il 2 giugno diventa il solito circo italico che accende le più immani e abominevoli polemiche, ma a nessuno dei gelidi e pragmatici Tecnici salta neppure nell’anticamera del cervello l’elementare idea di trascinare tutto il carrozzone della Repubblica a Mirandola, Finale o Cavezzo, ma anche sotto la più quieta Ghirlandina. Mentre Grillo si attacca con un focoso prete sardo, e mentre il Berlusca gli contrappone Gerry Scotti, magari pensando, in prospettiva Colle, al ritorno delle Letterine. Magari al posto dei corrazzieri. Mentre D’Alema si risveglia dal letargo, affrettandosi a dichiarare alla nazione il suo fondamentale ed incontestabile niet. Mentre lo scempio dello scaricabarile politicaly correct targato made in Italy impazza all’ennesima potenza, la terra emiliana continua tremendamente a rivoltarsi senza soluzione di tregua. E senza che nessuno, dai palazzi Reali, abbia ancora concretamente mosso un alluce.
La banda dei tecnocrati ha stanziato 2,5 miliardi per le zone terremotate ma, come da consuetudine governativa dell’ultimo trentennio, la pianificazione gestionale di tali denari viaggia ancora in altissimo mare. E l’unico seccante provvedimento che un esecutivo di illuminati professori è riuscito a cavar fuori dal cilindro tecnico è il solito vecchio sfiancante prelievo sulla benzina del povero ligio contribuente. Congratulazioni, vivissime. Ed un encomio nazionale che ci lascia sempre più interdetti. Ed incazzati marci. E’ possibile – dico io – che una compagine nominata dalla crisi e da Bruxelles, che dovrebbe avere nel suo Dna più puro il coraggio delle scelte impopolari ed emergenziali non abbia uno straccio di connotati per cercare quanto meno un’alternativa al solito eterno cippino che ciclicamente deve sborsare l’ormai disossato Pantalone? E’ davvero ipotizzabile che tra bocconiani della società bene, banchieri affermati, commissari ed alti funzionari di uno Stato di diritto non vi sia manco una mezza zucca piena che possa infondere il minimo sindacale di materia grigia per percorrere una strada che non sia solo e soltanto quella sfiancante e disfacente del gettito da carburante? Puo’ sul serio essere credibile che i governanti di uno Stato evoluto e progredito non sappiamo far altro che scegliere la scappatoia fiscale più semplice e veloce, sfruttando l’emotività e la commozione solidale di un Grande popolo che mai si è tirato indietro nel momento del bisogno e del soccorso? Certo che no. Ovvio che non può. Altrimenti basterebbero le sottoscrizioni di Tg5, La7 e Corriere della Sera.
Nel campo della solidarietà non abbiamo eguali nell’intero globo. Perchè le tragedie ci uniscono, tremendamente. Ma il Parlamento ed una classe dirigente che porti con merito questo nome non può far leva solo sulla compassione e la fratellanza dei propri cittadini. Perchè, altrimenti, non è uno Stato responsabile. E’ uno Stato coniglio. E ladro. Perchè esistono altrettanti due miliardi di euri di patrimonio pubblico che potrebbero essere immediatamente dismessi e venduti. Perchè questa catastrofe che non ha precedenti potrebbe e dovrebbe rappresentare un’enorme opportunità, in uno Stato serio ed efficiente. Ricostruendo dalle macerie e tornando a galla, molto meglio di prima. Cogliendo la palla al balzo – questo sì cavalcando la tragicità dell’evento – e facendo gran parte di quello che non è stato neppure sfiorato in trentanni di assopimento e magna magna istituzionale. Partendo da quei tagli alla spesa pubblica che sono da sempre criptonite italica, ma che darebbero già nel breve la possibilità di sovvenzionare la rinascita delle imprese terremotate. Continuando con l’eliminazione e la semplificazione territoriale e politica. Che è cosa buona, giusta e necessaria. Servono palle e fermezza. E che deputati e senatori, se vorranno far ruzzolare il Paese dentro il baratro in un momento così delicato e doloroso, abbiamo almeno il coraggio di mostrare la faccia alla nazione. Con la responsabilità delle loro azioni.
L’Emilia e il suo fertilissimo tessuto economico non si lagna e mai si lagnerà. Perchè qui la gente è fatta così, pensa subito a sudare, lavorare e a ripulirsi le strade da mattoni e calcinacci. Senza fiatare. Perchè qui, se cade una guglia, una chiesa o mezzo campanile, non si piange la Madonna o Gesù Cristo. Ci si rimbocca maniche e braghe, e non si vede l’ora di rimettere tutto in ordine. Senza sbraitare. E senza chiedere la pietà al Presidente di turno. Qui ci si dispera, sotto le tende o dentro un palazzetto, ma con una dignità che fa venir la pelle d’oca. E inorgoglisce. Qui i sindaci non fanno a gara a a essere ospitati dalla D’Urso piuttosto che da Giletti. Anzi, a volte lasciano bruscamente diretta e telefono. Perchè non han tempo da perdere, perchè devono essere in prima fila, sul campo, al fianco dei loro concittadini, che non possono e non vogliono lasciar soli. Qui da noi, a poche ora dal crollo del simbolo di una città – la Torre dell’Orologio – il primo cittadino afferma, senza strillare e con voce ferma e fiera: “La nostra torre è crollata ma noi non crolliamo, siamo in piedi, ce la faremo perchè abbiamo le forze per farcela“. Questo sì, da brividi. E da piangere. Ma un pianto breve e risoluto. Perchè questa è l’ora di ricostruire, e il tempo è assai prezioso.
L’Emilia non piange, ma non può aspettare. L’Emilia ha sempre porto la mano a chiunque avesse avuto la minima difficoltà, come il buon fratello samaritano della porta accanto. Dalla monnezza agli aiuti al Sud, dai terremoti ai finanziamenti al resto della penisola. L’Emilia ha contribuito e contribuisce al Pil nazionale ed alla ricchezza italica come nessun altro. L’Emilia, però, ora è in ginocchio. Ora è Lei a chiedere soccorso. E lo Stato deve rispondere Presente!, subito. Senza filtri nè esitazioni. Senza assurde burocrazie e stomachevoli scansabarili politici. E che ogni danaro venga qui, senza passare dal via dei Ministeri centrali. E che vi sia un unico attore responsabile protagonista nella gestione di ogni centesimo di euro pubblico: Vasco Errani.
E se Robot Monti è troppo preso dalle pseudo congiure della specctre confindustriale ai danni suoi e del sommo tecnico esecutivo, ci pensiamo Noi a fornirgli una risposta concreta, rapida ed assolutamente attuabile per sorreggere nell’immediato questa pianura devastata. Devolvere obbligatoriamente, all’interno della dichiarazione dei redditi 2011, l’intera quota del 5 per mille alla Regione Emilia Romagna, che si occuperà del finanziamento delle zone più colpite dal sisma, oltre che del sostegno e rilancio delle attività economiche. La scelta della devoluzione è unica e massiva e, su coloro che hanno già effettuato la dichiarazione, sarà necessario semplicemente convertire la scelta, assegnando il contributo alla Regione terremotata. Basta una rapida approvazione di legge, in stile decreto Tremonti-Bce (pseudo)salva-crisi, o del tipo decreto farsa pro-Eluana. In quel caso bastarono tre giorni, nell’Emilia disastrata si accontenterebbero anche di tre settimane.
La scelta di assegnare tutto il 5 per mille alle zone terremotate è, oltre che di buon senso, assolutamente indolore. Già obbligatoria, non toglierebbe nulla alle tasche dei contribuenti, e svolgerebbe a pieno la propria funzione di sostegno di enti che svolgono attività socialmente rilevanti. Magari aggiungendoci pure l’8 per mille, con buona pace della Santa Sede, che per un anno potrebbe mettersi finalmente a far economia. Chissà, tagliando qualche maggiordomo pontificio sgradito o, magari, riducendo il livello di sfarzo dei palazzi vaticani, che non si confà propriamente con quella che era l’originaria mission di Nostro Signore.
O ha qualcosa in contrario, Sua Santità?
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