Cala il sipario sulla trentesima olimpiade del globo terrestre, che ha consegnato il Belpaese nel gotha del medagliere nel top ten planetario. Ventotto medaglie non sono bruscolini, anche se un paio di argenti in zona Cesarini fanno ancora gridare vendetta.

E all’incazzo più puro. Al netto dell’atroce amarezza Schwazer – a cui, più che proporre un testimone antidoping, sarebbe ora il caso di estrarre, ed alla svelta, la maggior verità possibile  – la spedizione italica merita un 7 e mezzo pieno e a tutto tondo, in verità del fatto che, passato il giro di boa con il nulla assoluto fornito da quei fighetti del nuoto, sfido chiunque a provare la scommessa con gli azzurri meglio di Pechino, al settimo gradino medagliato di sempre. Chapeau alla spedizione, assai meno al Presidente Petrucci – l’Andreotti della politica sportiva assieme all’amico Carraro – che gongola sugli allori londinesi a cinque cerchi, prenotando sin da subito il transoceanico per Rio. Che non sia mai vadano esaurendo i chirinquitos sulla playa carioca, e che il suo scranno al comitato sia trafugato da qualche altro dinosauro dello sport italico od europeo. Lunga vita a Gianni Petrucci. E che il Coni ce lo conservi in eterno. Tanto mò, s’è fatto trenta, famo trentuno.

Vanno in granaio – grazie adDio – anche le olimpiadi di Nonna Rai. Ore contate sugli azzurri, molta differita sul più bello di atletica e giuochi a squadre (non trasmettere la diretta di Usa-Spagna di basket un delitto imperdonabile, ndr), collegamenti a microfoni spenti nei momenti clou (chiedere al povero Benvenuti, costretto a sputare l’algasiv per farsi sentire sotto un Mattioli debordante), ma anche buone conferme ed alcune piacevoli novità svecchianti in assoluta controtendenza Jurassic Rai. Meglio certamente la sintesi ed un unico studio seral-notturno che quell’addensamento imbottigliato ed insostenibile di Euro 2012. Far meglio di allora, però, è stato un po’ come comprare cestini e sportine zeppe di Epo all’interno di una farmacia turca. Insomma, un giuco da ragazzi, facile facile.

Jacopo Volpi e lo studio di “Buonanotte Londra” – voto 6,5

Seppure quella vecchia volpe del conduttore dal sorriso castorino sia sempre in versione pudica e bigotta, centellinando ogni sillaba e facendo mettere “bip” anche su parolacce sdoganate da oramai un millennio, è da riconoscere che il buon Jacopo come padrone di casa risulta abbastanza godevole ed accomodante.

In uno studio alla giapponese, minuscolo e strettissimo probabilmente a causa dei bagordi europei di Bisteccone e soci, l’atmosfera che si respira è sempre sobria ed ilare, anche se manca decisamente quello spritz di polemica e controtendenza che animerebbe lo studiolo. Ma non chiediamo troppo a Nonna Rai. Nel duo delle padrone di casa – come le chiama il marpione Volpi – ci sono quella sciacquetta di Simona Rolandi coadiuvata dalla bella schermitrice (ex) Marghetrita Granbassi. Meglio la seconda che la prima, meglio la quasi neofita all’esperta ma ingessata giornalista di Viale Mazzini. Seppur liberata dalle grinfie di quel tedoforo abulico ed impalato di Andrea Fusco, la Rolandi non riesce ad uscire dall’abito monacale che si è fatta cucire adosso. Fa il compitino di lettura iniziale e lancio dei servizi degli inviati londinesi (sai che spasso) ma non riesce mai ad entrare nella discussione, arrossendo anche alle battute più scadenti di Lucchetta, e mostrandosi in uno stato di continuo combattimento ansiolitico interno, timida ed imbarazzata, consegnandosi come una suoretta genuflessa al cospetto di quel piccolo grande cerimoniere di monsignor Volpi. Vorrei ma non posso, e forse un altro mezzo talento completamente buttato alla lettura del tiggì di mezza sera.

La Granmbassi invece c’è. Solare, truccatissima (eccede col cerone per bucare un’acne ancor troppo infantile) e spigliata. Nel salotto si sente a suo agio, e si vede che vorrebbe osare anche di più. Ma il ferreo e catecumeno copione Rai di certo non glielo può permettere. Ben vestita ed a volte semi-scollata, gestisce al meglio quello sguardo leonino ed ammaliante, cercando di carpire dagli ospiti medagliati qualcosa di più che vada oltre lo scontato e canoro ringraziamento a “tutti quelli che mi vogliono bene”. Fa la giornalista, con piglio, simpatia ed autorità, pure per la Rolandi. Anche se qualcuno dovrebbe dirle che a forza di muovere di scatto e repentinamente collo e testa verso intervistatore e conduttore (per tenersi buono e caldo lo Jacopo nazionale) va a finire che, oltre a risultare assolutamente antitelevisiva agli occhi del grande pubblico, ad ogni puntata costringerà la produzione a rifornirla ed attrezzarla con due o tre collarini antistrappo. Per lo meno.

Fabrizio (Fe Fè) Failla – voto 3

Nulla di nuovo, dentro la fonetica e l’espressione del supercazzolaro di Nocera. Non ci si capacita (o forse sì) come un servizio pubblico generalista possa proporre e perseverare diabolicamente per lustri e lustri, olimpiade dopo mondiale, europeo dopo gioco del Mediterraneo, con un tale assurdo ed inconcepibile elemento da telecronaca, per giunta in uno sport (la pallanuoto, ndr) dove servono come il pane chiarezza d’esposizione e quella misurata e professionale concitazione che riescono a farti vivere e godere al massimo la passione di una disciplina che vive anche e soprattutto di lunghi momenti di tattica inconcludente e noiosa.

E Failla è l’esatto opposto rispetto al concetto di telecronaca pallanuotista, per giunta nell’olimpiade che ritrova il vero  ed immenso Settebello dei giorni più lieti. E anche la presenza tecnica di supporto del buon Francesco Postiglione nulla può per arginare la Via Crucis enigmatica ed imperscrutabile del più grande punto interrogativo della storia linguistico vocale radiotelevisiva. Prematura la supercazzola, o scherziamo?

“Fuori dai Giochi” (con Antonio Caprarica e Carlo Paris) – voto 5

Accoppiare un monumento pubblico televisivo come il mitico inviato londinese con quella mezza cartuccia da riformattare di Paris è un po’ come bestemmiare in turco, pensando ad Alex Schwazer. La rubrica è in teoria basata su buoni fondamenti, con l’obiettivo di narrare e far scoprire la storia e le storie di una Londra che esula dai giuochi olimpici. Ma la messa in scena è il solito malcapitato copione scontatissimo made in Rai. Prima la sigla che è l’assemblaggio mosaicato di una sfilza di immagini che più luogo britannico di così si muore, e dopo il salto sfumato in studio con quella geniale ideona di far colloquiare i due conduttori sfumando i loro dialoghi sin da quando sono di spalle rivolti al videowall, attendendo poi che si girino verso le telecamere e discutano amabilmente come fossero in un Irish Cafè.

Ma il problema di fondo, volendo anche soprassedere su grafica e scenografia, riguarda esclusivamente quello spelacchiato di Carletto Paris. Sempre con quella biro e foglietto in mano per non far trasparire emozioni ed imbarazzi già ampiamente evidenti, formula domande banali e protocollari, con quella voce impastata e mai naturale che rievoca antiche frequentazioni col Failla. Solo la grande maestranza e quell’impeccabile eloquio english del Salento di mastrAntonio Caprarica trasformano una serie di prevedibili scontatezze in una piacevole sequela di gustosi e succulenti racconti londinesi. Nonostante il Paris.

Antinelli-Lucchetta – voto 7 (meno)

La coppia-novità nel panorama telecronistico londinese non ci dispiace affatto. Il duo è assai affiatato, col lungo e preparatissimo Antinelli che sa far vivere al meglio break point e palle set, e quell’istrione di Luky Lucchetta che copre al meglio i commenti con un timbro vocale assai chiaro e recitativo. E’ proprio l’ex centrale Panini a destare le migliori sorprese, mostrandosi assolutamente affidabile e tecnico al tempo stesso, lasciandoci col dubbio olimpico che il tono utilizzato nelle cronache sia uno dei frutti dell’estremo ed unico personaggio che ha sempre rappresentato. Peccato, invece, per alcuni eccessi di reumatismo da parte dell’Antinelli, che sembra quasi voler fermare il proprio virgulto eccitativo per ottemperare a doveri ecclesiali nei confronti della beneamata Madre Chiesa Rai.

Bragagna-Tilli – voto 7,5

Dopo la sparata pre-olimpica (che si poteva risparmiare) contro il collega Caressa prossimo a cimentaresi nel ben poco amico terreno del Nuoto, il Bragagna nazionale dimostra sul campo di non avere rivale alcuno a livello atletico leggero. Limpido, competente, sagace, sottile e passionale. Possiede tutte le componenti per far vivere un 100 metri da paura piuttosto che un getto del peso più muscoloso e dilazionato. E ai microfoni Rai, oramai, si sente e fa sentire come nel salotto di casa.

L’attesa dell’edizione olimpica numero trenta veniva dalla seconda voce, dal “tecnico” Stefano Tilli, buon velocista tra gli ’80 e ’90 nonchè allenatore-amante della plurimedagliata Marlene Ottey. La sintonia tra il timido e calmo Tilli ed il maestro Bragagna è subito buona, col primo che si inserisce in punta di piedi dopo le chiusure più o meno inebrianti del secondo. Il duo funziona, si ascolta anche lavando i piatti, e bene fa talvolta Bragagna a spronare e “prendere in mezzo” il quieto e pacifico sprinter, incitandolo ad osare di più in anticonformismo. Certo che era davvero giunta l’ora che al’ottimo Bragagna fosse affiancata una voce differente e meno matura di quella un po’ biascicata del quasi settantenne Attilio Monetti, rimasto comunque in squadra anche se con compiti ridimensionati. Perchè Mamma Rai non si dimentica mai dei suoi figli. Soprattutto di quelli sul già ben oltre al viale del tramonto.

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