Correva la primavera elettorale duemilaotto. Il (o La) Pdl si apprestava a sferrare e ad ottenere il più distruttivo accordo politico-economico della storia post repubblicana. Salvare quella macchina mangiasoldi di Alitalia.
 
Una belva lurida e vorace che era capace di divorarsi fino a cinque milioni di euri ogni ventiquattro ore. Di soldi pubblici. Di danaro statale. Di grana de no’ altri. Una bad company che camminava all’indietro in maniera forsennata, da anni. E che la premiata ditta Berlusconi-Gasparri-La Russa (manco i Trettrè) chiese ed ottenne di rimpolpare per dissennati ed arcipocriti motivi nazionalistico elettorali. Ufficialmente, per motivi di bandiera, di vessillo, di stendardo tricolore.
 
Ma nella realtà per fini assai meno patriottici. Con il rush finale di campagna 2008 che volgeva al termine, e quella gaudente macchina da guerra veltroniana (pace all’anima sua, ndr) che continuava a rosicchiare mezzo punto a settimana. E così la sciagurata e catastrofica operazione-consenso SalvAlitalia fu determinante alla banda-Cavaliere per spiccare definitivamente il volo sul compagno Walter We Can, risultando agli occhi dei più un vero e proprio toccasana salvifico. Tanto che l’uomo di Arcore fu issato a salvatore della patria dei cieli, e le sue gesta misericordiose plaudite pure da branche non troppo azzurre del sommo sindacato italico. Con Gasparri ed Ignazio a fargli da angeli sparring partner tra il doratissimo mondo alato degli assistenti di volo biancorossoverdi.
 

Questa favola elettorale tutta patria e niente cervello ha prodotto risultati talmente corrisivi ed inenarrabili che la stiamo ancora pagando a distanza di quattro anni suonati, sia dal lato pubblico sia da quello dei serivizi. La batosta della bandiera Alitalia ci costò i 140 milioni che Air France-KLM avrebbe offerto per rilevare l’allora compagnia-Concordia. Più altri 1.500 che gli stessi francesi avrebbero investito nel Belpaese (dovevano essere proprio andati). Più quei famigerati 300 di prestito-ponte che Pantalone erogò ad Alitalia per consentirgli la sopravvivenza; e che di fatto divennero un regalo. Più i 1.200 milioni che i creditori della compagnia tricolore – l’Erario, quindi sempre no’ altri – videro bruciarsi nel tracollo dell’ingombrante bad company. Più anche quei milioncini (tra 6 e 30) che si pappò quella buonanima del Signor Commissario che doveva liquidare la parte “cattiva”.

Per non parlare poi della drastica perdita di competitività delle tariffe della nuova Cai-Alitalia, che vendeva e vende voli da monopolista cubano. Senza citare poi quella mareggiata di dipendenti zavorrati allo Sato con 7 (e dico SETTE) anni di cassa integrazione a “zero ore” col 100% dello stipendio in saccoccia. Pagato da noialtri, naturlamente. Ivi compreso quello della pasionaria Martani, che nei ritagli di tempo finì a fare la gieffina e l’amante del Giletti. Come direbbe  il buon bettolese Bersani: “Ma ragasssi, ma siamo matti?!”. No, Pierluì, semo prorprio cojoni.

Quella boiata pazzesca – che tocco’ punte ilari degne del miglior Alemanno er tassinaro – rappresentò il punto più basso (e quello più alto allo stesso tempo) nel rapporto tra economia nazionale e propaganda elettorale. Così oggi, a distanza di quasi un lustro, e col primo anno dei Professori che volge al termine, il solo udire che l’AD Alitalia Ragnetti vuole liberarci di una parte della propria zavorra, francamente non puo’ che farci esprimere una sorta di liberazione tutta sollievo misto rabbia. Al minimo sindacale, e con un retrogusto assai triste. 690 esuberi, tra assistenti di volo, terra e manutentori, per un risparmio che si aggirerebbe sui 30 milioni di euro. Lavoro sporco, lavoro duro, lavoro necessario. Che si sarebbe dovuto sobbarcare l’esecutivo di allora, invece di sbandierare quell’assurda e meschina italianità in favore di una manciata di voti da predellino.