Mentre l’eretico rottamante Renzi cerca di far udire il proprio verbo tra congressi e platee di tutto il Belpaese – con o senza camper, con o senza Jet privato – voilà che il principale candidato alla guida del Pd (e del Paese) inizia la propria offensiva alle “primarie ritoccate” parlando dal mini palchetto americano sotto casa sua, tra il distributore e l’officina della borgata natale.

In quel di Bettola che – da dizionario italico – significa nientepopodimenochè osteria di infimo ordine e mal frequentata. Un buon biglietto da visita, non c’è che dire. E l’ulteriore drastica dimostrazione che la strategia comunicativa del Pier è rimasta ossidata ai tempi delle lotte intestina de “La classe operai va in paradiso.

O forse – stando per una volta dalla parte dell’Angelino senza quid – a quel Medioevo camussiano che non tende a mollare di un’unghia quella grossa fetta del Partito Democratico assai post comunista. Gli argomenti bersaniani sono di una pochezza inaudita. Un minestrone della Valle della prima Repubblica che è il mix tra la desueta teoria del nulla dalemiano e qualche condimento in pacchiano slogan bersanese, che lascia basiti pure i bettolesi e manco fà più ghigno ed ilarità anche se adottato dall’ottimo Crozza.

Bersani è bello che andato, perchè non ha più nulla da dire, e quello che dice risulta incomprensibile e indecifrabile. Bersani è l’esatta e spiaccicata espressione dello stato comatoso dell’attuale politica nazionale, che ha toccato e continua a toccare punte di share negativo mai vissute neppure ai tempi dei volponi De Mita e Cirino Pomicino (ancora in sella, ndr). Bersani si attacca come una cozza od un vecchio riccio di mare ad uno scoglio già eroso e corroso dai tempi moderni. E come un errante Don Chisciotte sta ancora dietro ad una fantomatica lotta di classe e prono ai diktat impartiti da nonna-Cgil, che tra scioperi quotidiani ed una pioggia di niet ha lasciato nelle mani dei fedeli lavoratori i salari e gli stipendi più bassi d’Europa. Un bel pugnetto di mosche, che Pierluigi nostro mostra fiero ed agita con orgoglio ai compagni bettolesi.

Quel buon uomo del Pierluigi rappresenta il simbolo socio politico di una classe elettorale obsoleta e restauratrice destinata all’estinzione, anche se nell’Italia arci-sindacale questa è un bestia assai dura a morire. Il votante dei giorni nostri – grazieaddio – è sempre e di più senza etichette, critico, conscio ma assai meno militante. Il “manifesto di Bettola” rappresenta invece ed ancora quella politica logora ed antiquata che andava in voga ai tempi dello sfruttamento operaio. Quella del Compagno di paese, che si è fatto da solo e con il partito ha sbarcato il lunario di Roma. Quella dei tempi partigiani di Peppone e Don Camillo, dove bisogna votare Bersani perchè “è giusto votare Bersani”. Quella dei gran lavoratori e volontari delle feste dell’Unità, che basta far il bene della milizia. Quella dell’obbedisco, e delle primarie bolsceviche col doppio turno e l’obbligo di registrazione. Che con ogni probabilità alla fine daranno il successo al vecchio Pier, lasciando il Belpaese ancora una volta sotto le spietate ed anti progressiste grinfie del Medioevo camussiano. Facendoci riascoltare slogan e solfe ritrite che più vacue ed orticanti non si può, come quelle uscite oggi dal comizio del Bersani bettolese: “Sono contro il liberismo, ma per le liberalizzazioni”, “Siam mica qui a far in due una briscola, chi perde si mette al servizio dell’Italia”.

Gianburrasca Renzi, salvaci tu.