Mentre da poco si è conclusa la conferenza stampa “ciminiera” di Walter Eastwood Sabatini, in cui il ds giallorosso non ha escluso l’esonero imminente del tecnico boemo, tutta la Trastevere pallonara s’interroga proprio sull’opportunità o meno di interrompere il rapporto tra Zdenek e la màggica. Noi ci limitiamo a dire tre cose. Primo: chi prende Zeman sa a cosa va incontro. Secondo: è improponibile sostenere l’assurda tesi del “progetto” fondato su un tecnico sessantacinquenne arrivato oramai al capolinea sportivo e con lacune tattiche lapalissiane ed incompatibili ad alti livelli. Terzo: la sfinge di Praga ci sta mettendo assai del suo, attaccando tutto ciò che è rimasto da attaccare. 

Era abbastanza prevedibile che si arrivasse a questo punto, anche se le ottime quaterne a Milan e Fiorentina facevano sognare un duemilatredici con parabola ascendente romanista. Ma l’integralismo offensivo del boemo aggiunto ad una rosa dai più sopravvalutata hanno fatto il resto. Che, nei numeri, significa sì miglior attacco, ma pure seconda peggior difesa e ottavo posto a -9 dai cugini-Champions.

Ora, in un campionato così assai modesto dove basta una striscia positiva di 5-6 partite per arrivare a ridosso del podio, neppure sarebbe una tragedia risalire la china per una formazione brillante come quella capitolina. Il problema, oltre che tecnico-tattico, è che non esiste un equilibrio all’interno del mondo giallorosso, ne’ sul rettangolo di giuoco, ne’ tanto meno in un ambiente per l’ennesima volta fregato e gonfiatosi da facili ed allettanti sogni di gloria.

Quella giallorossa è una rosa cambiata per i suoi 7-8 undicesimi, con una difesa dall’età neonatale e con l’attitudine più spiccatamente offensiva. Il gioco di Zeman da sempre prevede pressing, verticalizzazioni e spinta alta degli esterni. Se però dietro l’unico che difende è Burdisso e davanti ti permetti pure il lusso di tre o quattro che non tornano quasi mai (quello che arretra di più è il Pupone, ndr), con l’ottimo Florenzi che pensa quasi e solo ad attaccare, beh poi dalla Sud non si scandalizzino se quei due ruvidi e poco tecnici del greco e dell’americano non fanno abbastanza filtro o non riescono a tenere uniti i reparti.

La fase offensiva di Zemanlandia è strepitosa, ma dura al massimo un tempo. Poi la squadra si allunga e diventa sfilacciata e infilabile come la margarina. Perchè in mezzo al campo non c’è nessuno che aiuta e perchè l’assenza di un vero regista (uno alla Pirlo, ma anche alla Montolivo) che possa dettare i tempi e far ripartire in velocità sfruttando al meglio le doti di corsa dei giovani levrieri di fascia, si sente eccome.

Alcuni giovini prospetti (Marquinhos, Florenzi e Lamela su tutti) sono stati plasmati e cresciuti come non mai nel semestre zemaniano. Poi però è l’intero scheletrato romanista che non ha saputo sorreggere una tale impalcatura tattica. Perchè non sei in serie B con Verratti, Insigne e Immobile. E neppure nel Foggia delle Meraviglieche comunque giocava per la salvezza. Qui sei a Roma Capitale, e come minimo devi finire in Europa League.

E tutto questo, dall’integralismo tattico di Zdenek sino ad una rosa non totalmente conforme al credo del boemo, il lunghissimo organigramma romanista – dal fumante Sabatini al lord Baldini, da the president Pallotta al buon Pradè – lo sapeva e lo conosceva assai bene. Come sapeva e conosceva che il personaggio-Zeman non le avrebbe certamente mandate a dire. Che si trattasse di una questione fuori o dentro Trigoria, piuttosto che interna od esterna al Palazzo.

L’uomo-Zeman è fatto così. Prendere o cacciare. Con quella flemma unica e sonnolenta, con quel tono mite e cavernoso, con quella sfinge serafica e pungente. Anche se quest’anno, un po’ per la serenità del “fine carriera” e un altro po’ magari per volersi togliere gli ultimi sassolini dalla bocca, il Nostro non si è fatto mancare proprio nulla. Dalle classiche ed immancabili frecciate anti-Juve fino all’accantonamento dell’intoccabile De Rossi, dal dualismo tra portieri all’attacco frontale verso la società rea, suo dire, di non aver definito un vero codice etico-comportamentale a chiare tinte giallorosse.

E qui il sergente di Boemia l’ha fatta un tantinello fuori dal vaso. Perchè passino e ben vengano le stoccate contro le stanze del medieval Calcio italico. E passi pure la gestione ferrea e robusta di uno spogliatoio dove nessuno – e tanto meno Capitan Futuro – si deve e si può considerare hors categorie. Ma imputare polemicamente e pubblicamente la mancanza di regole ad una dirigenza che comunque lo sta difendendo a dispetto dei quasi due gol al passivo a giornata, beh sinceramente ci pare solamente un esercizio di assoluto autolesionismo. E di una costante ricerca di inutile sensazionalismo. Che non farà bene nè allo spogliatoio, già al vetriolo in alcuni suoi comparti, e manco a sè stesso, delegittimato pure da chi lo ha fortissimamente voluto.

Quel che accadrà nelle prossime ore/giorni/settimane non è dato sapersi neppure dai migliori Silvan ancora in circolazione. La sensazione però è che il boemo possa proseguire finchè avrà l’appoggio (non indifferente) del Pupone, anche se con ogni probabilità nei meandri di Trigoria si sta già lavorando per cambiare definitivamente pagina. E per cancellare per sempre la parola “progetto”, croce assoluta e velleitaria di due anni praticamente da gettare nel Tevere. Ricominciando magari con dalla praticità e dalla sostanza di un ottimo tecnico tutto semplicità e made in Italy: Massimiliano Allegri.