Partiamo dalla fine. Che è pure l’inizio, o quanto meno un auspicio. Napolitano era l’unico che poteva unire Pd e Pdl e aprire le porticine alla sola soluzione possibile in tale inedito storico piddì tragi-comico: il governissimo. Dunque, onore allo stoicissimo Re Giorgio II e bando alle ciance di chi grida allo scandalone perchè il Nonno arriverà (se ci arriverà) a toccare novantacinque primavere. Retorica, panzane, quaquaraqua. Per non parlare della follia più boiata pazzesca che ci sia, quel Golpe istituzionale (già derubricato a golpetto) sbraitato dal Grillo parlante circa l’inammissibile ed aberrante inciucione che ha portato all’elezione del Napolitano-bis. Cioè, fateci capire nostri signori della somma Rete, se Pd, Pdl e Monti trovano un compromesso politico trattasi di abominevole colpo di Stato, mentre se è il Pd a dover convergere verso l’aulico ed intoccabile professorone Rodotà (per la cronaca, politico da 30 anni, 8 mila euro di pensione cada mese, alla faccia der cambiamento anti-Casta) ecco che questa diviene d’incanto un’operazione limpida, cristallina e di assoluta responsabilità nazionale?! Non ci vuole certo un mago della Rete per capire che trattasi di stratosferica cazzata. 

La seconda consacrazione di Re Giorgio ci consegna tre quadri abbastanza lampanti. La morte di una classe dirigente  piddì brontosaurica, la tenuta assoluta del Cav, e quella grande puttanata che è la democrazia elettiva di Internèt. Ciò che è riuscito a fare Waterloo-Bersani in questi due mesi ha davvero dello psyco-inenarrabile. Campagna elettorale basata unicamente sulla smacchiatura di un giaguaro immaginario. Sconfitta assiderale alle elezioni. Consultazioni infinite e inconcludenti partite da Saviano e concluse coi forestali piacentini. Masochistica corte giornaliera a Grillo contraccambiata con un vaffanculo quotidiano. Mandato esplorativo congelato. Due fondatori Pd bruciati in meno di ventiquattrore. 54 giorni buttati nel cesso per lottare contro i grillini a vento e finire ovviamente (come da noi ampiamente pronosticato) a braccetto col Cavaliere. Che prima ha riesumato e poi rigenerato definitivamente.  Altrochè dimissioni, qui ci si sarebbero tutti gli estremi per una radiazione dall’albo. Dei giaguari.

Chi gongola e si sbellica è proprio quell’immortale di Re Silvio.  La tattica del Berlusca è stata la più difensiva e meno dispendiosa possibile. Al limite della melina. Silvio ha detto sì a tutto. A un governo col Pd, a Bersani premier, e pure alla Finocchiaro al Colle. E magari avrebbe pure appoggiato la Bindi alle pari opportunità. Tutto, pur di rimaner in maggioranza. Se però nei giorni immediatamente successivi al voto Berlusconi cercava a tutti i costi le larghe intese ben conscio di non poter ripetere mai più un exploit come quello del 24-25 febbraio, tra l’altro con lo spauracchio Renzi alle porte, dal comizio di Bari in poi il Pdl ha incredibilmente ripreso a correre. E non solo nei sondaggi. Tant’è che anche quel pesce lesso surgelato del Gasparri è tonato sulla scena bello ringalluzzito. La corsa al Colle ha infatti sancito un rafforzamento oramai consolidato. Marini pareva il candidato dei berluscones, e l’uscita con Prodi è stata ben congegnata. Se poi ci aggiungiamo che l’intuizione-Napolitano è partita dal prode Don Abbondio Bondi, beh allora il trionfo è completo.

Il curioso caso del Pdl non è altro che il massimo esempio di quanto conti avere un leader forte ed universalmente riconosciuto. Il Pdl dopo novembre 2011 era praticamente sepolto (qui i maligni diranno che non sia mai esistito, come partito), senza una vera linea politica, e privo di alcuna credibilità. Oggi invece continua a tenere. Anzi, continua a volare. Perchè si fonde totalmente ed unicamente sul carisma di un magnifico drago da campagna elettorale qual è Silvio Berlusconi. Contraddittorio e senza contenuti, ma ancora il numero uno su piazza quando c’è da lottare per conquistarsi parte dell’elettorato italico. Perchè congressi, direzioni, sezioni e burocratia politichese servono meno di zero se poi ti ritrovi un capo-popolo che biascica metafore e parla ancora come fosse nei vecchi Kral degli anni settanta.

Questione del Golpe a parte, anche Grillo torna dal Quirinale con furore, e più forte di prima. Ne è la dimostrazione più lampante la conferenza stampa fiume di oggi a mezzogiorno, in cui il Kaiser-comico ha dato dimostrazione di eccellente forma. Il popolo grillino, che ha invaso (e forse invaderà) Roma tra retorica, ignoranza, insulti e spinelli, non voleva e non aspettava altro. Rodotà o meno, l’obiettivo principe di Grillo-Casaleggio è assolutamente centrato. Andare finalmente ed ufficialmente all’opposizione, contro la casta medievale e inciuciona di Piddì e Piddì meno elle (che poi Pd meno L nun vor dì proprio un bel nulla, ndr). Lamenti, sgomenti, gridi a complotto e a colpi di Stato e/o di sole, sono solo mezzucci pacchiani e grotteschi per caricare a mille le proprie marionette e per nascondere quell’immensa goduria di essersi finalmente levati quella patina di responsabilità nazionale che non gli competeva per statuto. Altrochè candidato condiviso. Balle e ipocrisia pura. L’elezione di Rodotà sarebbe stata solo un’inutile bega e zavorra istituzionale.

Oltre a Waterloo-Pier e al Partito Democratico nel suo insieme, chi veramente esce sconfitto e ridimensionato ai minimi termini è senz’altro quella megagalattica bufala dell’ingerenza elettivo-politica della Rete. E della Base rappresentata senza fallo da Twitter e figliocci. L’elezione del Capo dello Stato è stata infatti la prima a svolgersi nell’epoca e nel marasma dei social network. E la folle psicopatica rincorsa politica ha qui mostrato davvero la sua facciata più ridicola e dilettantistica. Prendiamo ad esempio la candidatura di Frank Marini. Bersani ha proposto un nome forse non propriamente dal dna di sinistra, ma pur sempre un fondatore di partito. Ecco che da subito il nome dell’ex sindacalista provoca feroci reazioni con numerosissimi cinguettii contro tale scelta. Roba legittima, senza dubbio. Meno legittimo e comprensibile è che poi la classe dirigente ed il leader del primo partito nazionale utilizzino questi sfoghi per stravolgere e modificare le loro decisioni. Assurdo, prima che folle. E folle, prima che assurdo.

Succede così che la candidatura di Leslie Nielsen Marini viene abbattuta perchè, così dicono i capi, “la nostra base elettorale non avrebbe capito e condiviso la scelta”. Ve ne rendete conto a che punto di maniacalità ossessiva da Rete siamo arrivati? Una decisione politica inerente la scelta della più alta carica dello Stato viene bloccata e stallata perchè si è letto un migliaio o più di insulti verso il candidato?! Inconcepibile, e grave allo stesso tempo. Non perchè questi migliaia di utenti non possano essere rappresentativi di una parte di insofferenza ad una scelta politica di un qualsivoglia partito. Ma perchè la politica serve innanzitutto per rappresentare, non per essere rappresentata. Prima si chiedono i voti all’elettorato, poi si sceglie e si decide concretamente, in autonomia. Mica ogni volta che c’è da approvare un provvedimento si torna a chiedere il parere della (fantomatica) Base o ci si mette ad organizzare buffe Quirinarie da 48.000 voti? Maddai. Suvvia. Dai nèn.

Questa, oltre che paranoica rappresentazione degli eccessi compulsivi da social, rappresenterebbe la morte assoluta della politica stessa. Che non riesce o non vuole decidere, e che ad ogni consultazione, invece di prendersi responsabilità e dare risposte, delega il proprio coraggio ad una manciata di indignati da mouse. A meno che non sia solo tutto un pretesto per un più banale e strategico regolamento di conti interni.