L’abbiamo scovato tramite una soffiata di una nostra talpa-tifoso. Lui è Aris, da Busto Arsizio, 38 anni compiuti da poco. Ora vive nell’interland centese, lavora in fabbrica, ha due figli ed è felicemente sposato. Ma per oltre un decennio Aris di professione faceva l’ “Ultrà”. Dell’Inter. La sua famiglia per tanti anni è stato il settore degli “Irriducibili” dello stadio Meazza, e la sua casa il tifo organizzato della Curva Nord.  Aris mangiava, beveva (tanto) e respirava Ultrà. Tutte le domeniche, tutti i giorni, ad ogni ora. Trasferte, cariche, treni ed autogrill; questi alcuni dei luoghi e delle parole più ricorrenti della sua settimana da tifo sfegatato, e violento. Poi, però, Aris si è stufato, ed è uscito dal gruppo, lasciando definitivamente il pianeta Ultrà. Sentiamo allora la sua storia e le sue considerazioni da “pentito” di curva.

Salve Aris. Da ex ultrà nerazzurro, ci dica, per quanti anni ha seguito la Beneamata?
Salve Mlòn, 11 lunghissimi anni. Più che seguire… io mi sentivo l’Inter, ero l’Inter.
La facciata più feroce ed emotiva degli ultras di solito si manifesta in trasferta. Ce ne vuole raccontare una “tipo”?
Sveglia presto, solitamente dopo aver passato la notte  a preparare la trasferta con striscioni, riunioni di coordinamento e cazzate varie. Partenza in auto/pullmann/treno ed arrivo in netto anticipo allo stadio. Durante il viaggio poteva accadere di tutto. Poi dipende un po’ dagli avversari. Nelle trasferte “tranquille” tutto regolare, in quelle “calde”, contro i nemici dichiarati, al coordinamento veniva definita la strategia per arrivare allo scontro. Lotta dura senza paura, ho visto incidenti di ogni tipo e fatto cose di cui non vado fiero, proprio per niente. Poi c’era la partita, ma quella possiamo dire che è la cosa meno importante rispetto al resto.
Ci può esprimere le sensazioni che caratterizzavano quei momenti? Lei, in mezzo al branco, si sentiva un po’ invincibile?
Sensazioni strane, e adrenalina a mille. Venivamo caricati a pallettoni dai capi e lanciati come missili in mezzo alla “guerra”, perché è questa la parola che veniva usata più di frequente, la guerra. Contro gli avversari, contro la polizia, contro lo Stato, contro le pay-tv, contro chiunque volesse ostacolare il nostro essere Ultras (sospira un attimo, quasi in trance, ndr). Anche se quando hai un minimo di cervello la paura c’è sempre e forse è per questo che sono sempre riuscito a cavarmela ed oggi lo posso raccontare: è la paura che ti salva in quegli ambienti.
Ci può raccontare un aneddoto sul campo di “battaglia”?
Potrei raccontarvi di decine e decine di scontri, di botte prese e date, di devastazioni di stazioni ed autogrill, di alcol, droga, incendi, bombe artigianali e sesso da strafatti, ma non sarebbe nulla di diverso da quello che già tutti sanno, delle immagini dei tg o di qualche documentario fatto bene sul tema.
Vi posso svelare un segreto: ovvero la mia ”iniziazione”. Siamo nel 2000 e dovevo fare qualcosa per dimostrare di essere uno vero, un ultrà coi controcazzi, di poter quindi far parte del gruppo. Inter-Napoli (3-1 grande Zamorano), dovevo riuscire a rubare un sciarpa ad un tifoso napoletano, e consegnarla alla curva come scalpo di battaglia. Prima della partita mi sono allontanato dal branco, ho comprato una sciarpa ad un banchetto, l’ho sporcata per bene poi mi sono autoinflitto dei graffi in faccia e mi sono tagliato il collo (non tanto, solo per far uscire un po’ di sangue, perché fosse reale). Poi sono entrato in curva ed ho raccontato di aver “sfregiato” un napoletano e di avergli rubato la sciarpa. Ovviamente ci hanno creduto, e così sono diventato degno del loro rispetto.
Davvero agghiacciante e triste al tempo stesso. Ma arriviamo al cambio rotta. Nel 2010 arriva  la “folgorazione”. Di punto in bianco il mondo ultrà non le appartiene più, e da lì in poi inizia ad aberrarlo. Che cosa in particolare le ha fatto scattare la scintilla?
Non è stata proprio una scintilla, è stato una semplice presa di coscienza, o forse semplicemente “si cresce”, si diventa adulti e si prende atto che le cose importanti sono altre e che quello che prima sembrava importante in realtà si rivela stupido, privo di ogni senso. Ti ritrovi a compiere delle azioni e non sai neanche il perché, sei una marionetta comandata da altri. Nei gruppi ultras sono pochi quelli che decidono, gli altri devono solo eseguire. Entri ragazzino in questi ambienti e ti senti figo, essere ULTRAS  ti fa sentire forte e “protetto” , poi per fortuna si cresce, o almeno qualcuno ci riesce, a diventare grande. E a capire che è sbagliato. Che è tutta una cazzata.
Adesso, quando vede scene di campionato piuttosto che di coppa dove i “protagonisti” non sono in campo bensì sugli spalti, come reagisce? Sente vergogna per i suoi trascorsi?
Reagisco con sdegno, mi viene il vomito proprio perché so come funziona e cosa c’è dietro. No, non mi vergogno per i miei trascorsi, perché sono fiero di non essere più un ultras. Essere ultras non è stata una scelta, mi sono ritrovato dentro a quel mondo quasi senza rendermene conto, gli amici e la passione per il gioco del calcio mi ci hanno portato. Però ne sono uscito e non senza difficoltà, ci sono amici che conosco da 20 anni che neanche mi salutano più. Mi vergogno invece di chi permette tutto questo, di chi lo rende possibile. Il tifo organizzato è un fenomeno davvero complesso, molto più di quello che si vuol far credere.
C’è chi, come Paolo Di Canio, difende da sempre a spada tratta il pianeta ultrà perché, a suo dire, “rappresenta un contenitore sociale fondamentale per i ragazzi disagiati delle periferie”. Lei che ne pensa? E’ davvero possibile distinguere tra ultrà buoni e cattivi?
Stiamo parlando di quello che fece il saluto nazista davanti a tutto uno stadio ed in diretta tv? Ci siamo già capiti insomma… non credo di dover aggiungere altro sul personaggio. Il tifo organizzato è si un contenitore sociale, ma del peggio. Il più delle volte vi si rifugiano dei falliti sociali, persone che non riescono a realizzarsi nella vita, ma quella vera. All’interno del gruppo ci si sente più difesi, si ha un forte senso di appartenenza e si crede di poter fare tutto perché tutto è concesso se sei un ultras. Hai la sensazione che in quella curva sia ammesso tutto con una sorta di impunità generale. Comunque, per tornare alla domanda, non esistono ultras buoni, non possono proprio perchè la definizione stessa di ultras non lo permette. Ovviamente mi riferisco a gruppi organizzati in modo serio, perché ci sono centinaia di gruppetti che si fanno chiamare ultras ma in realtà non lo sono.
Una settima fa la Roma è stata accolta nella contestazione becera più totale. Lunedì è venuto fuori che l’esterno palermitano Garcia sarebbe stato minacciato dagli ultrà rosanero. E ieri, lo abbiam visto tutti, durante la festa dell’Atalanta un carro armato ha sbriciolato una macchina bresciana ed una romanista. Il calcio italiano non vuole proprio cambiare?
Esatto, non vuole.
Roma, Brescia, Atalanta, Genoa, Livorno, Lecce, Bari. Sono solo alcune tra le società “al soldo” del pianeta ultrà. Galliani al Milan ha rotto faticosamente con la Sud, e Lotito è ormai scortato da anni. Secondo quanto ed in che modo i presidenti sono responsabili nella “libertà” degli ultras?
Lo sono in parte minima, perché se anche provassero a combatterli poi sarebbero abbandonati e lasciati soli dal sistema. E’ il sistema in tutta la sua completezza che non funziona.Comunque non si può generalizzare sui presidenti, ci sono quelli bravi e quelli no, che invece hanno da guadagnarci sul fenomeno.
Quando un manipolo di manigoldi blocca una partita di calcio (ed i suoi interessi milionari) e un’intera squadra di serie A (col patròn in prima fila) si fa umiliare pubblicamente consegnando tutte le maglie al capo-curva, in segno di resa, abbiamo davvero toccato il fondo?
Boh… non credo… al peggio non c’è mai fine. Fuori dall’Italia ci sono situazioni anche peggiori. Se per caso non vi è mai capitato di vederlo  vi consiglio la serie di documentari “curve pericolose” su Discovery Channel, rappresenta abbastanza bene le varie realtà, anche se io direttamente ho visto cose anche peggiori che ovviamente puoi vedere solo “da dentro”. Quindi, dicevo, fuori dall’Italia è anche peggio.
Pensa che le misure anti-violenza adottate dai vari governi in questi anni – dalla tessera del tifoso, ai biglietti nominativi, fino ai tornelli – siano state sufficienti per smontare il fenomeno ultrà?
A lei pare che abbiano funzionato? Sono state solo trovate mediatiche, buffonate. Anche perché se si presentano 400 o più ultras in un qualsiasi paese e sono senza tessera cosa fai? Li lasci incazzati neri in giro per la città? C’è un equilibrio tra sport e ordine pubblico che è molto difficile da gestire.
Se dipendesse da lei, come risolverebbe il problema secolare della violenza negli stadi?
Con i carri armati e l’esercito! (sorride, ndr). Scherzo, ma neanche troppo…Serve una rivoluzione: prima di tutto ci vuole la volontà e l’intesa da parte di tutti gli attori in gioco per risolvere il problema, poi serve un sovvertimento culturale sul concetto di tifo, poi serve il pugno duro contro chi infrange le regole, ma duro per davvero. Non servono decreti o leggi nuove, quelle ci sono già, basterebbe applicarle. Ovviamente questi buoni propositi fanno a “cazzotti” con il resto del paese, ciò che circonda il calcio e il tifo non è migliore, la situazione del paese è sotto gli occhi di tutti. E’ utopistico oggi pensare che si possano risolvere i problemi. Il concetto di tifo organizzato secondo me deve sparire, non ha senso. I tifosi devono capire che la squadra non è loro, non possono esistere i concetti di diritti/doveri. Si deve tendere al modello americano, le persone devono poter assistere ad uno spettacolo: pagano un biglietto, hanno il loro posto comodo a sedere, si vedono la partita tifando in maniera civile e quando è finita se ne vanno a casa. Se gli è piaciuta applaudono altrimenti fischiano. Fine, tutto il resto non ha senso. Il primo che esce da questo percorso viene punito.Li vedi i capi ultras oggi allo stadio? Che senso ha stare a petto nudo a dicembre con -3, spalle al campo ad urlare come un pazzo e non vedere la partita? Se ci pensa è tutto ridicolo. Cosa ne pensi del fatto che una curva intera di 8.000 persone deve stare in piedi per 2 ore a vedere la partita solo perché lo vogliono gli ultras? Non ci si può sedere… ti rendi conto? 8.000 in piedi perché lo vogliono in 80?
Molto chiaro. Concludiamo invece parlando di calcio giocato. Immagino sarà ancora tifoso nerazzurro. Come vede l’Inter targata Mazzarri?
Male. Non certo per colpa di Mazzarri, che stimo tantissimo. Il problema dell’Inter non sono gli allenatori o i giocatori, sono altre cose.
Grazie Aris. E, mi raccomando, continui a sostenere il nostro progetto “Ultrà vattene”.
Prego. Mi raccomando voi, non portate i bambini allo stadio.
 
 
 
 

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