— by Simon —

Ieri la Corte Suprema di Cassazione ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale ha confermato la condanna inflitta ad un settantunenne di Campobasso che, dopo essere stato fermato dai Carabinieri per aver un solo fanale funzionante dell’auto, ha inveito contro l’ufficiale verbalizzante dicendo: “…in questo schifo di Italia di merda”. Il reato è quello previsto dall’art. 291 del Codice Penale, vilipendio alla nazione italiana. Rileggiamolo insieme, in religioso silenzio: “Chiunque pubblicamente vilipende la nazione italiana e’ punito con la multa da euro 1.000 a euro 5.000”. Siamo di fronte all’ennesima pronuncia ipocrita e moraleggiante della magistratura italiana.

Gli ‘ermellini’ sostengono che “Il diritto di manifestare il proprio pensiero in qualsiasi modo non può trascendere in offese grossolane e brutali prive di alcuna correlazione con una critica obiettiva“. Compiere gesti dimostrativi, verbali e non, contro il proprio stato e la propria nazione ci pone davanti alla più fondamentale delle domande: fin a che punto è possibile manifestare liberamente il proprio pensiero? La domanda ha apparentemente una semplice risposta: fino a che il manifestare il proprio pensiero non reca danno a persone o cose. Si tratta quindi di un bilanciamento d’interessi. Ciascuno può dire ciò che vuole e nel modo in cui vuole, a patto che non danneggi qualcosa che si ritenga essere di maggiore valore rispetto alla libertà di espressione stessa.

In questo caso la Cassazione spiega che il vilipendio “non consiste in atti di ostilità o di violenza o in manifestazioni di odio: basta l’offesa alla nazione, cioè un’espressione d’ingiuria o di disprezzo che leda il prestigio o l’onore della collettività nazionale, a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall’autore“. Secondo la Corte, quindi, il prestigio e l’onore della collettività sono più importanti della libertà individuale di espressione.

Ora, senza entrare nel merito dei mille casi in cui si configurerebbe questo reato (quanti comportamenti dei nostri politici offendono pubblicamente il prestigio e l’onore della collettività!), che cos’è il vilipendio?

È la protezione di un simbolo, sia esso astratto o materiale. In Italia, ad esempio, si può finire in galera per bruciare pubblicamente il Tricolore. Infatti, il Codice Penale prevede che “chiunque pubblicamente e intenzionalmente distrugge, disperde, deteriora, rende inservibile o imbratta la bandiera nazionale o un altro emblema dello Stato è punito con la reclusione fino a due anni”.

Nel 1989 la Corte Suprema dei nazionalistissimi Stati Uniti in Texas vs Johnson annullò la condanna ad un manifestante texano delle Revolutionary Communist Youth Bridade, il quale durante una manifestazione pubblica anti-Reagan bruciò la bandiera a stelle e strisce. I giudici motivarono la decisione sostenendo che la bandiera simboleggia per molti americani un insieme di valori, e questi americani hanno la libertà di manifestare pubblicamente esponendo la bandiera. Ma altrettanto liberi di manifestare sono quei cittadini che in tali valori non credono, al punto di manifestare bruciando quella bandiera purché ciò non rechi danno a persone o cose. In Italia no. Quei cittadini non hanno tale libertà.

In Italia non abbiamo la libertà di esprimere che viviamo in un paese di merda. Tutti lo possono pensare (e credo che in Italia molti lo pensino) ma non possiamo manifestarlo pubblicamente. L’Italia affonda, ma non ditelo in giro se no chissà cosa dicono.

Ma c’è di più. La magistratura ci dice anche che cosa possiamo dire.  Pochi giorni fa, invece, i giudici di Milano ci hanno detto con chi possiamo scopare. I magistrati sono diventati i censori delle nostre libertà. I comportamenti eccessivi, sopra le righe, o i giudizi estremi, al vetriolo, non sono più ammessi. La morale giustizialista ci guida nei nostri atti e nelle nostre parole.

William Shakespeare diceva che “Nulla è bene o male, se non si pensa di fare bene o male”. L’intento che ci spinge nei comportamenti è essenziale nel determinare la commissione di un reato. Non si reca alcun danno nel dire ad un Carabiniere che l’Italia è un paese di merda. In quel “a prescindere dai vari sentimenti nutriti dall’autore” usato dalla Cassazione si annida una talebana violazione della nostra personalità, del nostro estro e della nostra lucida follia.