E’ davvero possibile e concepibile definire il presidente più vincente della storia della Beneamata come un’unica ed impareggiabile sciagura? Sissignori. Si può eccome.  Anzi, si deve. Come ogni cosciente tifoso nerazzurro dovrebbe esultare e cantarne le gesta del suo addio, di quel Babbo sperperatore che in 15 anni (perchè dal 2010 è scesa in campo la spending review targata Saras) è riuscito a dilapidare quasi 1500 miliardi di euri. E che magari ci si evitava pure l’aumento dell’Iva.

Babbo Moratti ha zompato allegramente col giocattolino di famiglia per quasi 19 anni, cumulando perdite per 1,2 miliardi di euro, e debiti per oltre 460 milioni. Roba che neppure il miglior Pantalone. O il peggior Pirellone. Tant’è che Gianmarco – il fratello normale – avrà certamente caldeggiato la cessione al giacartiano Thohir per 350 milioni. Almeno per il premio di consolazione, rientrando di quel minimo sindacale dai danni pacchiani creati dal fratello. Quello scemo.

E i sedici trofei? Dove li mettiamo? Direbbe in coro quella banda di ottusi e falsi ipocriti giornalai da quattro soldi. Sedici trofei sono molti, sono tanti, sono legittimi. Ma non sono ascrivibili al Babbo che per una minima e casuale percentuale. Perchè fino alla vituperata (ma nerazzurro-salvifica) Calciopoli, in via Durini hanno assaggiato soltanto le mosche sciroppate. E se non fosse stato per quel brav’uomo e grande allenatore del Gigi Simoni (poi liquidato indegnamente) che si piglia una Uefa nel segno di Ronny-Zamorano, la bacheca del Babbo avrebbe recitato ancora virgola. E soprattutto se nel 2008 non fosse arrivato un certo Special Mou a far repulisti e ad accollarsi ogni cosa che neppure quello che faceva uno-e-trino, beh ora staremmo ancora qui a parlare del terzo ritorno di Flanagan Hodgson, o magari di Ottavione Bianchi, o chissà perchè no di un riesumato ed indimenticabile Corradino Orrico.

E si badi bene, qui non si discute sulla legittimità o meno delle mezze truffe già acclarate di mister Moggi, seppur lo “scudetto di cartone”, a distanza di oltre un lustro, faccia ancora assai tenerezza. E anche se è lapalissianamente palese che la svendita bianconera e la quasi totale assenza di avversari non ha certo ostacolato la tripletta dell’Inter targata Mancio. Qui si discute e si opina sulla totale incompetenza, inadeguatezza ed impresentabilità di un Presidente (che eufemismo!) che in quasi un ventennio non è riuscito a dare uno straccio di identità, equilibrio ed organigramma societario alla seconda realtà pallonara del Belpaese. Che ha cambiato un allenatore all’anno. Che ha preso ed iperpagato più bidoni che tutto il servizio di nettezza partenopea. E che l’unica cosa che è riuscita a lasciare a posteri sono quelle ridicole seppur esilaranti e quotidianissime interviste rilasciate ogniddì al solito gruzzolo di giornalisti accampati davanti al suo passo, a cui il Babbo permetteva di guadagnare il pane e il titolone del giorno. Sfasciando ogni teorema della più elementare comunicazione audiovisiva, e affossando qualsiasi velleità strategica nerazzurra. Per la grassa gioia dei suoi avversari e concorrenti aguzzini. E sulla pelle di quelle migliaia di tifosi che ancora stanno dietro alla panzana pazzesca del “presidente generoso”.

Generoso un par di palle. Nel futbòl 2.0 (ma pure in quello targato ’90) dove le società di calcio sono imprese in tutto e per tutto, con bilanci, consiglieri, amministratori e pure dividendi quotati in Borsa, la generosità fa rima baciata con incapacità. Nella gestione pallonara, sia tecnica che economica serve, oltre a competenza e cervello, una netta, concreta e nitida suddivisione dei poteri e delle cariche societarie. L’amministratore delegato deve guardare a conti e contratti, il direttore sportivo al mercato e agli osservatori, l’allenatore alla sfera prettamente tecnica. Semplice, ma non morattiano.

Mister Generosità faceva ogni cosa. E la disfava, soprattutto. Sempre e comunque davanti a microfoni e taccuini. E attorno a lui il vuoto più anarchico e assoluto. Mai nessuno che si sia mai occupato della gestione delle conferenze stampa, pre e post partita. Mai nessuno che calmierasse i momenti di difficoltà. Non dico alla Moggi-Giraudo-Bettega, ma sarebbe bastato alla Galliani o quanto meno alla Lotito. Mai nessuno a trattenere ogni microspopico spiffero da Appiano Gentile. Dagli screzi in allenamento alle nottate di Bobone Vieri. Dall’esonero del malcapitato mister di turno sino alle intercettazioni. Sempre sul Bobone. Mai nessuno, soprattutto, a metter la museruola al Babbo, e alle sue inutili e deleterie interviste che lo facevano sentir uomo, e più Presidente. Ma che distruggevano anche quel poco di minuscolo che era stato così affannosamente costruito dal Biscione.

E i collaboratori fidati, non potevano consigliarlo, o quanto meno limitarlo? Ma chi, Ernesto fè fè Paolillo o Robocop il-gessato Branca? O magari Tronchetti Afef Provera? Lasciamo perdere, dai. Ognuno poi dispone dei dirigenti che si merita. E che si sceglie. E oggi poter disporre ancora della sagace ironia del compianto Peppino Prisco o della retorica signorilità del Pres Facchetti sarebbe oro e grasso lavico da far colare.

E ancora, su generosità e amore del Babbo. La bacheca morattiana si riempe e si crea nel quinquennio Calciopoli-Mourinho. Legittimamente. Ma pur sempre legittimamente il tifoso nerazzurro non dimenticherà certo la restante dozzina d’anni. Da tragicommedia con le orecchie da asino. E i denti gialli in stile-Massimo. Due quarti posti poco onorevoli conditi da un’eliminazione nei Gironi di Champions e una stagione lippiana a dir poco baggio-travagliata. Un quinto posto farcito dalla vergogna-Helsingborg del 2000. Due sesti posti. Un settimo inaugurato dalla figuraccia di Lugano (’95-’96). Un ottavo nel ’99. Per finire in bellezza col record del nono posto della buffa Strama-stagione dell’anno scorso, impreziosita da 16 sconfitte e 57 goals al passivo. Tutto sto ben di Dio non lo consideriamo, finti buonisti appecorati da carta stampata che non siete altro?

Ma non finisce certo qui, lo scempio del ventennio dello spaventapasseri di via Durini. Un allenatore all’anno e almeno il doppio a libro paga, con le super perle di Lucescu, Hodgson II, Marco Kilokal Tardelli e Piepiero Gasperson (pace all’anima sua). Umiliando un grandissimo come Simoni – perchè il suo calcio era troppo all’italiana – distruggendo un mostro sacro come Marcello Lippi (anche se il viareggino ci mise parecchio del suo) e ridicolizzando un professionista di fama internazionale come Don Rafè Benitez. Perchè a quei tempi comandava il capo-clan spogliatoio Marco the mask Materazzi. Capolavori tutti made in Moratti.

Che divengono vere e proprie opere d’arte contemporanea quando si entra nell’aspetto puramente calcistico. Del migliaio, o giù di lì, di giocatori che hanno calcato almeno per un quarto d’ora l’erba milionaria di Appiano Gentile. E di quei leggendari bidoni che hanno reso celebre e carnevalesca l’era del Presidente-generoso. Le prime cartucce quasi subito: Ciriaco lo svizzero Sforza e Kanu cuor di leone, rimasto tre anni a farsi curare e impacchettato integro verso una sfavillante carriera in Premier. Sei miliardi il primo, 8 il secondo. A fine secolo ecco lo sbarco del greco nostalgico Gerorgatos, 14 miliardi per 12 presenze. La stagione 2000-2001 è quella dell’assoluto apice morattiano. Cirillo, Gresko, Farinos, Robbie Keane e quel sex(gay)-symbol di ciccio Vampeta. Oltre 100 miliardi, coronati degnamente da un 5 maggio di tragicomica follia. Poi ancora Sorondo per 18 miliardi, Brechet & Van der Mayde per 11 milioni (di euri), Suazo l’honduregno per 13, Rivas a 5, Jimenez a 6, l’Amantino Mancini a 13, finendo degnamente con El trivela Quaresma costato la bellezza di 24 milioni di euro. E queste perle sono soltanto le più eclatanti, anche se già avanzerebbero per incoronarlo il Re Massimo incontrastato della storia del bidone, a prezzo d’oro.

Tant’è. Che un tifoso interista al minimo livello di comprendonio pallonaro non esiterebbe a stappare una cassa di Moët et Chandon per l’avvento del magnatino Thohir. Ma soprattutto per la departita del “generoso” e inguardabile Babbo. Implorandolo coi ginocchi sopra i ceci di cancellare quella postilla che lo vedrebbe di ritorno in caso di fallimento indonesiano. E spronandolo ad andarci lui, in quel dell’Indonesia. Magari con la mogliecologica Milly e la sorellina onnipresente e scroccona Bedy. Magari tutti insieme a Bali, a fondare il primo grande Inter-club del sud-est asiatico. Per la gioia di grandi e piccoli nerazzurri d’oltre oceano. E per quella di milioni di interisti di casa nostra, che finalmente non lo vedranno aggirarsi mai più tra via Durini e San Babila con quel cazzo di cordone giornalistico appresso, ripetendo all’infinito con quel timbro nasale e impastatissimo da nicotina: “Grazie, scusate. Grazie. Grazie.