Il caso-Dioubate esplode martedi 5 novembre scorso, quando un trentaseienne percussionista residente a Pieve di Cento e di origini guineane denuncia di esser stato vittima, una ventina di giorni prima, di un fatto di estrema ed assoluta gravità. Investito da un’auto che non ha rispettato lo stop e, successivamente, addirittura insultato, schiaffeggiato e preso a sprangate. Il tutto, secondo il musicista, generato dal più infamante e deprecabile fine di stampo razzista. In pratica, a “causa” della sua pelle nera.

 Sourakhata Dioubate, assai celebre nel suo campo anche e non solo per una sua collaborazioni con Daniele Abbado, dapprima segnala il fatto ai Carabinieri di Pieve, ma solo dopo quasi tre settimane decide di sporgere denuncia alle autorità competenti. Con tanto di conferenza stampa a cui assistono, oltre all’avvocato Alessandro Valenti – già sindaco della limitrofa San Pietro in Casale – anche un seguito di musicisti e docenti che esprimono vicinanza e solidarietà al Dioubate.

 I capi di accusa sono belli tosti: lesioni colpose (causate dal veicolo), lesioni volontarie gravi (dovute alle sprangate), percosse (derivanti dalla serie di schiaffi) e tentate lesioni gravi (per lo scampato ri-investimento). Il tutto corredato, condito ed aggravato dal fine discriminatorio razziale con cui l’anziano (inizialmente identificato in un 70enne) si sarebbe scagliato sulla vittima con “inaudita ferocia“, infierendo sul musicista con frasi ingiuriose che non ammetterebbero replica alcuna: “Sporco negro, torna a casa tua, brutto merdoso“. Al Dioubate è stata diagnosticata una frattura ed una prognosi di 25 giorni. Con conseguente lontananza forzata dalle “scene” valutata tra tra i 4 ed i 5 mesi. Altra roba grave, considerando che “Soura” lavora e campa proprio attraverso l’utilizzo delle mani.

 La notizia, ripresa per prima da Il Resto del Carlino (ed. Bologna) si allarga ben presto a
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macchia nazionale. Ed il taglio è pressochè  identico per ogni testata: “Autista investe musicista di colore, poi lo prende a sprangate”. Si fa riferimento al danno e all’atroce beffa razzista subita dal Dioubate, e si sottolinea che alla scena dell’aggressione, avvenuta a due passi da una gelateria e da un bar di Pieve di Cento, abbiano assistito alcune persone, “ma nessuno è intervenuto se non dopo le sprangate”. Una sentenza, senza attenuanti, anche per l’intera comunità della piccola e ridente cittadina della bassa bolognese, che assiste freddamente ed indifferente ad un barbaro pestaggio razziale, facendo giusto il minimo sindacale per salvare la propria dignità umana di facciata.

Da una parte l’anziano mostro intollerante, dall’altra una comunità che assiste impassibile al deplorevole accaduto. Agghiacciante. Che è la medesima parola che la nostra redazione ha utilizzato quando si è messa in contatto con Sourakhata sul suo profilo Facebook, esprimendogli solidarietà e demandagli se aveva voglia di raccontarci la sua storia, la sua versione dei fatti. Nessuna risposta.

Da qui, però, inizia tutta un’altra storia, che vede come protagonista il figlio (Gianfranco) dell’anziano accusato (Ottorino Minardi) che parla sia con la carta stampata che alla tivvù, oltre ad alcuni testimoni del bar di Pieve (Caffè del Borgo, ndr) ascoltati successivamente dai Carabinieri. Gianfranco Minardi rilascia prima un’intervista al Carlino, poi al Tg3 dell’Emilia. E racconta, per bocca del padre, una versione che stride in toto con quella dichiarata dal Dioubate.

httpv://youtu.be/lkIeiou8CXY

All’indomani dell’uscita dell’ intervista (PS: è parso davvero bizzarro che la notizia non sia stata pubblicata nella versione online del Carlino, ne’ tanto meno ripresa da alcun quotidiano) la redazione di mlon13.com decide di contattare telefonicamente Gianfranco Minardi, per avere la conferma di quello dichiarato ai media, e per ascoltare dalla sua viva voce quale fosse la versione del padre Ottorino.

 Il Minardi ci conferma che, da parte del padre, non vi è stata alcun tipo di aggressione, ne’ fisica ne’ tanto meno verbale e a sfondo razziale. Aggiungendo altri particolari che, se confermati da testimoni e magistratura, metterebbero totalmente in discussione la denuncia del musicista. «Erano circa le 10:30-11 del mattino, mio padre veniva dalla via del centro anziani, era appena stato in farmacia e, arrivando all’incrocio con via Gramsci, non si è fermato subito allo stop, è andato un po’ avanti. Il musicista (Dioubate, ndr) arrivava da via Gramsci in bicicletta, ma la Punto di mio padre non ha nemmeno toccato  il ciclista. Il quale è sceso dalla bici (non è caduto) lanciando la bicicletta stessa verso la macchina di mio padre, iniziando a prenderla a pugni e ad inveire contro di lui ». Continua il Minardi: «Ha iniziato a dare pugni sul cofano della macchina e a insultare mio padre, con frasi del tipo “Ecco, il solito italiano di merda”. Mentre mio padre, terrorizzato anche perchè pensava che il ciclista fosse alterato, ha cercato di dissuaderlo dal suo intento rabbioso, dicendogli “Lasciami andare, fammi andare a casa. Fatti in là, spostati, vai a casa anche te, dai”». Poi la precisazione sul legnetto “spranga”: «Solo dopo, vedendo che il musicista non si placava e non si
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spostava dalla strada, mio padre ha tirato fuori dalla macchina un bastoncino di legno lungo circa 30 cm, che in pratica è il piede di una sedia che lui usa artigianalmente quando va a pescare, e che lo aiuta ad alzarsi dal seggiolino quando va via. Quel legnetto, che non è ne’ una spranga ne’ un bastone di metallo come ha detto il musicista, mio padre lo ha impugnato soltanto per difendersi e per intimargli di spostarsi dalla strada per lasciarlo andare a casa.
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Ma non l’ha assolutamente usato contro l’uomo, l’ha solo agitato verso di lui. Non l’ha picchiato, e neppure toccato»
 E dal bar arriva un signore per sedare la rissa. «A quel punto dal bar, dopo aver detto più volte al musicista di fermarsi, un avventore è andato da mio padre e lo ha convinto a metter giù il bastone, placandolo e sedando la possibile rissa». E alla fine Ottorino torna in macchina e va a casa. «A quel punto mio padre, ancora impaurito e col solo pensiero di tornare a casa, ha fatto marcia indietro e se ne è andato. Senza cercare di investirlo come ha detto il musicista, e senza colpirlo»

Gianfranco Minardi ribadisce che il padre ha 88 anni (non 70 come erroneamente dichiarato nel primo articolo del Carlino), che è invalido civile e prende un sacco di medicine tutti i giorni, e che quindi non sarebbe in grado di picchiare nessuno, tanto meno un uomo così grosso come il Dioubate. Anche quando gli chiediamo se Ottorino sia mai stato razzista in vita sua, la risposta è ancor più netta: «Mai, e neanche in famiglia c’è mai stato alcun razzista». Poi ci fa riferimento ad una perizia che avrebbe effettuato alla vettura, dove sono evidenti le ammaccature sul cofano provocate – secondo il racconto del padre – dai pugni inferti dal musicista di colore, e di alcuni testimoni del bar, che potrebbero certamente confermare questa versione. E riguardo al perchè e al motivo che avrebbe spinto il Dioubate a dichiarare il falso, Minardi non sa darsi una spiegazione: «Non lo so, magari voleva farsi pubblicità, anche la conferenza stampa è stata un po’ spettacolarizzata». La chiacchierata si conclude con un Minardi affranto, di chi è certo di aver subito una grave ingiustizia: «Stavamo anche pensando di far denuncia a chi ci ha diffamato, ma non so, vedremo».

Le parole di Gianfranco Minardi trovano parziale riscontro dal gestore del bar “Caffè del Borgo”, che ci conferma che uno dei suoi clienti è intervenuto per far sì che il tutto non degenerasse, dicendo al musicista di fermarsi e andando verso Ottorino Minardi per invitarlo a rimettere in macchina il legnetto. Che, come dichiarato da un altro testimone oculare, sarebbe solamente stato impugnato, ma non utilizzato contro il Dioubate.

Tornando a Soura, lo abbiamo ricontattato per aver la ri-conferma della sua versione dopo le dichiarazioni del Minardi. Il percussionista ci ha risposto, ma non è voluto entrar nel merito della vicenda, rispondendoci che «Quello che dovevo dire l’già detto, per il resto sarà la giustizia a far il suo corso». Il musicista, venerdì dal suo profilo Facebook, ha inoltre voluto ringraziare  tutti quelli che gli hanno inviato messaggi di sostegno, in particolare chi gli ha fatto capire che la “Verità va difesa!”, esortandolo a tirar fuori la sua, di  verità, denunciando l’accaduto. Intanto, sempre sulla sua pagina FB, continuano a crescere gli attestati di stima e solidarietà nei confronti del percussionista.

Ora, siamo davanti davvero a due verità diametralmente opposte l’una dall’altra. Chi parla di esser stato aggredito, e chi invece dice che la frattura è stata causata dai pugni sull’auto. Chi afferma di aver ricevuto schiaffi e sprangate, e chi di non averlo neppure sfiorato. Chi ha visto un bastone in metallo con l’impugnatura in legno, e chi mostra un piedino di una sedia. Chi dichiara di aver ricevuto beceri insulti razzisti, e chi lo stesso, ma alla rovescia. Dunque, davvero due testimonianza agli antipodi, per una verità ancor lungi dall’esser rivelata.

Fin qui è quanto ci han riferito i protagonisti di questa storia. Il resto ovviamente lo faranno indagini, giustizia e magistratura. Quello che però stride di brutto e che, da cittadini pievesi, ci lascia parecchio basiti e con un retrogusto amarissimo in bocca (eufemismo) è come ne stia uscendo dalla vicenda il paese e la comunità di Pieve di Cento. L’idea della notizia che la rete ed e la gente si è fatta è ancora quella legata all’aggressione ed al pestaggio razzista (giovedì scorso, ndr) e di un pubblico da bar che sta lì, guarda, se ne fotte e manco interviene. In pratica, si dipinge la cittadina appiccicandogli una delle etichette più terribili ed infamanti di questo pianeta.

Nessuna testata ha ripreso la notizia dell’intervista del Minardi e delle dichiarazioni di un testimone, che affermano tutt’altro, che cioè  il “bar” si sia mosso subito e celermente per sedare il tutto e che, senza il suo aiuto, la questione sarebbe quasi sicuramente tracimata. E’ ovvio che non ci stiamo mettendo dalla parte degli avventori o da quella del figlio dell’anziano – sia ben chiaro – diciamo solamente che è assurdo, inconcepibile e deontologicamente grave e pure scorretto che nessun quotidiano riprenda e riferisca della smentita dell’altra “campana” in causa. Semplicemente per verità di cronaca. E qui la responsabilità principe è de Il Resto del Carlino, che per cause ignote ed incomprensibili non pubblica nella sua pagina on-line (di gran lunga la più visitata e letta) la versione del Minardi con testimone annesso.

Poi c’è l’amministrazione comunale pievese che, per bocca e mouse del sindaco Maccagnani, appena battuta la notizia, si affretta ad esprimere piena e massima solidarietà al Dioubate, condannando il gesto, e definendolo “grave e non da sottovalutare”. Okay, diciamo che appena è uscita la news in tanti hanno reagito con sdegno, fiera condanna e iper-solidali al 100% con “Soura”. Pure noi in redazione abbiamo pensato fosse una vicenda agghiacciante. Ma noi non siamo il sindaco, e il sindaco non può esser “tutti”, non può dire d’impulso la prima cosa che gli balza alla mente o, magari-chissà, quella più conveniente e politically correct del momento. Non può, ma soprattutto non deve. Perchè è il primo cittadino e, oltre a difendere e rappresentare ogni suo paesano, ha il fottuto dovere, prima di lanciarsi in dichiarazioni politicamente distensive, di attendere il corso della vicenda e delle sue indagini. O magari, se proprio, seppur tardivamente, rettificare e riprendere in mano quelle parole, mostrandosi prudente, responsabile e super-partes, e maggiormente difensore della propria comunità. Lapalissiano. Ma mai banale.

Il punto è che il sindaco di Pieve, con le sue dichiarazioni, ha fin da subito marchiato questa vicenda con l’etichetta del razzismo più greve e brutale. Prendendo la “prima verità” come assodata, come un dato di fatto, come fossimo già al terzo grado di giudizio. Mostrando una ferma difesa verso una delle due parti in causa, ma lasciando all’Italia e al mondo intero il (pre)giudizio mai smentito che Pieve abbia agito in maniera violenta, vigliacca e medievale, lasciandogli affibbiato quel marchio disonorevole e diffamante che è figlio del pestaggio razziale. Mentre, stando ai fatti e all’autorità giudiziaria, manco siamo alle indagini preliminari.

Bastava rispondere con ovvietà, con il più classico dei “lasciamo che la giustizia bla bla bla” e marcare più nettamente come in questo paese, reduce dalla scoppola del terremoto, non si siano mai verificati gravi episodi di razzismo. Perchè Pieve non è una città razzista. E perchè è così che si deve comportare un vero sindaco, difendendo i suoi abitanti fino a prova contraria, fino all’ultimo grado di giudizio. Come fa un padre col proprio figliuolo. Fino a che questi non sgarra e non sia provato che il reato l’abbia davvero commesso. Solo a quel punto lo si deve condannare, e con rigida fermezza. Ma mai a priori. Mai col pregiudizio. E giammai col politicamente corretto. Anche e sopratutto per il rispetto di quell’eventuale famiglia a cui verrebbe cucita addosso per l’eternità quell’umiliante e mortificante vergogna rappresentata da un’accusa totalmente smontata.

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