— Lettera di Bertoldo alla redazione (e risposta del Direttore) —
 
Dopo avere letto “Gli imbecilli laziali inneggiano ad Alba Dorata”, ho sentito il bisogno di scrivere al redattore capo Mlòn. Proprio perché trattasi di una redazione senza etichette, oggi – contro la linea editoriale del blog – vorrei far notare le mie personalissime sviste riguardo ad #UltràVattene.
Siamo tutti concordi nell’affermare fermamente “NO alla violenza negli stadi”, che devono tornare ad essere luoghi dove possiamo portare i nostri figli in totale sicurezza. Secondo mlon13.com per raggiungere l’obbiettivo occorre, come prima cosa, sciogliere i  gruppi ultras, masterminds della violenza organizzata e spesso ritenuti i soli responsabili dei mali del calcio italiano.
Innanzitutto, non vedo come sia tecnicamente possibile sciogliere i gruppi organizzati. Vietiamo agli ultras l’ingresso allo stadio montando tornelli che scattano una fotografia ad ogni individuo che entra? Fatto, ma i violenti abituali una volta scontata la diffida tornano a far casini. Proibiamo gli striscioni? Anche per questo la legge è stata fatta ma non ha impedito ai violenti di esporre striscioni di qualsiasi tipo e contenuto. Assegniamo agli abbonamenti un posto numerato, eliminiamo gli agenti dagli stadi e piazziamo stewards sugli spalti ed in campo (rivolti verso le tribune)? Anche questo è stato fatto ma nessuno rispetta i posti numerati, gli stewards non controllano e gli ultras continuano ad incontrarsi nello stesso settore. Utilizziamo i video degli scontri e, per aver il tempo di studiare le immagini, arrestiamo in differita i violenti. Fatto, ma gli episodi di violenza non sono spariti, anche se non si sono più verificati incidenti delle proporzioni di Catania 2007 dove l’agente Filippo Raciti perse la vita.
Responsabilizziamo le società che possono venire multate se si verificano episodi di disordine pubblico? Detto fatto, con la conseguenza che adesso le perquisizioni agli ingressi le effettua il personale dello stadio composto da immigrati e studenti che per arrotondare svolgono un compito per il quale non hanno l’addestramento né i poteri di legge (un privato cittadino, assunto da una società di calcio, non può perquisire sotto la maglietta di un altro privato cittadino che entra in un luogo pubblico). Tutto sarebbe più semplice se il privato cittadino dovesse perquisire il tifoso che entra in uno stadio privato di proprietà della società.
In Italia le leggi per combattere il modo di andare allo stadio da ultras le abbiamo e alle volte sono anche migliori di quelle di altri paesi. Il vero problema è che, come quasi sempre accade in Italia, queste leggi non vengono applicate neanche da quelli preposti a farle rispettare. Il problema della violenza negli stadi è vastissimo e coinvolge il sistema Italia. Credere che abolire i gruppi ultras possa risolvere la situazione è ingenuo e superficiale (e anche po’ demagogico-forcaiolo, una soluzione “da bar”).
Iniziamo col dire che le società non possono controllare e perquisire efficacemente i tifosi perché non sono padroni di fare quello che vogliono in luoghi che non sono di loro proprietà. Con i bilanci perennemente in rosso, gli amministratori comunali si guardano bene dal rinunciare a facili introiti derivanti dalle concessioni degli stadi alle società di calcio e dall’autorizzare la costruzione di nuove strutture. Con impianti nuovi, moderni, efficienti, pensati per manifestazioni sportive con la caratteristiche di una partita di calcio, le società non solo potrebbero garantire la sicurezza più facilmente ma ne avrebbero anche un interesse diretto. Juventus Stadium docet. Ma tutti sappiamo che lo Stato Italiano difficilmente molla l’osso quando ci sono soldi da intascare.
Perché non dire che i funzionari di polizia commettono spesso delle leggerezze nella gestione dell’ordine pubblico e solo da pochi anni i poliziotti vengono addestrati al contenimento dalle guerriglia urbana? Episodi come quello di Bologna – Verona del mese scorso, o il lancio di oggetti ai pullman (che avvengo prima e dopo la partita fuori dallo stadio mai durante e dentro) denotano l’incapacità totale delle forze dell’ordine al contenimento di vandali che scorrazzano nei centri delle città. Non è possibile che in Italia ogni manifestazione pubblica sfoci in violenza. Questo certo non è colpa degli ultras.
E come commentare il fatto che per condannare in via definitiva un ultras che ha commesso svariati reati occorrano almeno 4 anni? Il più delle volte il periodo di diffida termina prima della condanna definitiva e il tifoso violento torna in curva con un processo pendente per reati commessi proprio alla stadio. Senza considerare il fatto che il più delle volte la detenzione per reati quali devastazione, saccheggio, rissa e violenza privata viene sospesa con la condizionale o convertita in una pena alternativa. Insomma, la solita malagiustizia.
Il problema è complesso. La cultura ultras non è certo la causa principale della violenza negli stadi. Hooligans e Ultras sono presenti in altri tanti paesi dove non accadono le cose a cui assistiamo negli stadi italiani. O cambiamo il sistema-calcio italiano nel suo complesso o i tifosi violenti troveranno sempre terreno fertile. Dopo la tragedia dell’Heysel in Inghilterra approvarono efficace legislazione repressiva del mondo Hooligan, fatta seguire però da notevoli investimenti per l’ammodernamento degli stadi. Ma le cose in Italia non cambiano mai. A tutti va bene il calcio così com’è, tranne ai tifosi che sono gli unici appartenenti a questo mondo senza un interesse economico personale e diretto.
Accusare gli ultras per combattere la violenza negli stadi è po’ come puntare il dito contro gli alcolizzati per frenare il problema dell’alcolismo. Gli ultras sono la punta dell’iceberg di un mondo fatto di società indebitate, stadi vecchi (e nuovi demoliti dopo vent’anni), calcioscommesse e doping. Sono il prodotto del nostro modo di gestire le cose a cazzo di cane e per il solo interesse particolare proprio e del proprio gruppo ristretto di persone. Carò Mlòn, siamo tutti ultras.
#UltràVattene non è sbagliata, è inutile e superficiale. L’hashtag corretto è #UltràVatteneequindi?
RISPONDE IL DIRETTORE
Caro Bertoldo, parto dalla fine, dalla tua domanda. E quindi? Che è quella che rivolgo io a te. Perchè, oltre ad elencarci una serie di niet italici sulla possibilità di sciogliere i gruppi delinquenti-organizzati, non dici nulla o quasi su come concretamente far diventare lo stadio un luogo vivibile per tifosi e famiglie, che immagino (o almeno spero) sia l’obiettivo che lega entrambi? Penso che tu non voglia capire che partire dagli ultras significhi affrontare il problema seriamente e alla fonte, perchè sono solo loro (fino a prova contraria) che creano caos, violenze e tafferugli armati.
Questo è il punto. Partire dal marcio che vi è allo stadio, per poi far tutto quello che pure noi di mlon13.com ci ripetiamo da mesi (stadi di proprietà, merchandising, processi per direttissima). E dire, difendendo (seppur provocatoriamente) che siamo tutti ultrà, significa esser ciechi, non arrivar al nocciolo della questione, e non voler risolvere per davvero e con provvedimenti shock l’annoso problema della violenza negli stadi.
Per assurdo, tu costruiresti stadi nuovi di proprietà e ci lasceresti dentro i delinquenti-ultras. Mentre io prima voglio impedire ai violenti di entrare, poi inizio a costruirci attorno il resto. Non ho mai detto nè sostenuto che gli ultras rappresentino l’unico male del calcio. Mai. Ma è lapalissiano ed evidente che il loro scioglimento non possa che rappresentare un toccasana per il movimento e la godibilità del football. Perchè nulla hanno a che vedere coi tifosi del calcio, e perchè non sono altro che un insieme di violenti, criminali e talvolta assassini (e dire che dal 2007 non abbiamo più omicidi alla Raciti non può certo rappresentare una consolazione). Gli ultras in Italia comandano curve, stadio, società e pure giocatori con famiglie annesse (vedi Genoa e Lazio, tra i tanti). Disintegrarli serve per liberarsi da un potere violento mafioso e parassitario che fa danni e lucra pure alle spalle delle società stesse. Sostenere che non siano un problema, invece, significa lasciarli scorrazzare liberamente nell’anarchia impunita più totale, ed essere collusi quanto loro.
Accusare gli ultras non è come puntare il dito contro gli alcolizzati per frenare l’alcolismo. Scusami, ma questa è una sciocchezza sesquipedale. Accusare, ma soprattutto sciogliere gli ultras, è come evitare che gli alcolizzati – in gruppo – diventino violenti e delinquano, spaccando tutto e tutti. Perchè è di questo che stiamo parlando. Di gente che presa singolarmente sembra Sandro Bondi, mentre nel gregge assume le sembianze vigliacche e mostruose di Freddy Krueger.
Come sciogliere i gruppi organizzati? Con i controlli. Nè più e nè meno di quelli che ci fanno a nò altri quando entriamo allo stadio, tastandoci le palle e sequestrandoci accendini, tappi dell’acqua, striscioni e altri oggetti contundenti. Basta fumogeni, basta tamburi, basta bomboni, basta stendardi ed altro materiale organizzato. Si entra uno alla volta. E se si vuol cantare o far sciarpate coreografiche, mica è proibito. Anzi.
Questo deve essere il punto d’inizio, per poterci riappropriare dello spettacolo più bello del mondo. Perchè in Italia, allo stadio, va così. Se permetti ad un gruppetto di persone di portarsi dentro striscioni, altri ed eventuali, darai sempre il fianco ai delinquenti che si annideranno al loro interno, iniziando a mollar pietre, e a lanciar sassi. Abolire il tifo organizzato serve per ripulire e per controllare. Ed è il primo passo da fare per entrare finalmente nello stadio 2.0. Con società liberate dal cappio (e dalla scorta) di una manica di criminali manigoldi. Poi, ovviamente, giustizia, Stato, comuni e regioni.
Io sarò anche ingenuo, caro Bertoldo, ma la superficialità e la gestione da-bar magari la lascio a chi conclude dicendo che “Il problema è complesso”, che manco il peggior Andreotti negli anni delle stragi. E chi, come te, punta arcipopulisticamente il dito a priori contro l’intero sistema-Italia, dicendo che è colpa dello Stato (ricordandomi tanto i lamenti secolari nel post-post-post Irpinia) e arrivando ad affermare che gli Ultras, in fin dei conti, è tutta colpa nostra. Assolvendoli e, magari, anche giustificandoli. Come quei galantuomini di pseudo-politici che volevano “capire e comprendere” le ragioni che stavano alla base del gesto del Preiti, fornendo ad un lucidissimo carnefice tutte le attenuanti ed alibi della vittima.
Balle. Non è colpa nostra. Non è colpa dello Stato nè del sistema. E la cultura, se si vuole, la si può anche cambiare. Almeno iniziamo, almeno proviamoci.
Un caro saluto.
Alessandro Mlòn