La Juve europea ha fallito, e di brutto. Per la seconda volta. La prima in maniera inequivocabilmente pacchiana, raccimolando una sola vittoria su sei, non riuscendo manco ad espugnare il campo di una squadra di media classifica di B (il Copenaghen, ndr) e addossando ogni colpa e responsabilità al diluvio ed ai trattori di Istanbul. Il secondo fallimento è avvenuto ieri, ma ancor prima a Lisbona, disputando due gare molli, flacide, supponenti e a (sotto) ritmo da campionato nazionale. L’occasione era unica, e non troppo impegnativa per tutti. Riscattare l’obrobrio Champions vincendo la seconda Coppa, che sarà pur la tanto bistrattata coppetta senza stimoli, ma che può anche essere il viatico per raggiungere quella dalle grande orecchie (vedi Atleti del super-Cholo) e permette a tutto il movimento di salvaguardare il rancking continentale. Mentre ora siamo scivolati al quinto posto, proprio a scapito del Portogallo. E non per colpa dei lusitani, ma per demerito nostro.

La Juve europea ha fallito. E ha fallito anche il Conte europeo. Di brutto. La squadra vista ieri era la migliore possibile nei suoi componenti, come mai fin d’ora era stata schierata nel torneo. Ma l’atteggiamento era quello pauroso, timido ed anche altezzoso di chi pensa che il gol prima o poi debba arrivare di default. E per diritto o grazia acquisita. O solo perchè i top players ce li ha la Juve, e quindi merita e deve passare a prescindere. Senza mettere sul rettangolo intensità e garra sin dal primo minuto, senza aggredire il match con la bava ai polpacci come hanno fatto Gaitan e Luisao, su ogni palla contesa, in ogni direzione del campo, verso ogni rimessa laterale vacante. E senza quell’ardore e quella fame d’erba che dovrebbe essere duopo e naturalissima in una qualsivoglia semifinale di Coppa.

Serviva una Juve provinciale, serviva un sano provincialismo da battaglia, da lotta e sangue. Non quel provincialismo che Conte rinfacciava (giustamente) ai suoi colleghi quando questi cercavano e si inventavano alibi, scuse sprecctrali ed improbabilissimi complotti pro-Vecchia Signora. E che invece anche lui ha messo in atto davanti ai microfoni, all’ennesima stucchevole potenza. Minimizzando e camuffando una prestazione non all’altezza con il tempo effettivo, con le furbesche perdite di tempo portoghesi, con una direziona di gara troppo parziale, con la capacità del Benfica di riuscir ad utilizzare la sua astuta esperienza europea condizionando l’intera terna giudicante. Perchè i bianconeri meritavano, senz’ombra di dubbio, il passaggio del turno. Perchè, secondo Conte,  il Benfica ha tirato in porta solo due volte. Mentre la Juve la bellezza di una…

Nessuna benchè minima autocritica. Nessun riferimento al fatto che la squadra è partita e ha finito tenera, tenerissima. Anche quando, per mezzora, aveva l’uomo in più, e per dieci minuti, addirittura un altro in più. Nessuna spiegazione sul fatto che non un giocatore abbia mai provato l’uno contro uno, e manco una volta si sia riusciti a saltar l’uomo. Nessun riferimento all’ostinazione nel portar attacchi troppo avvolgenti per vie laterali, con due uomini (Asamoah e Lichtsteiner) nettamente sottotono e col serbatoio in rosso. Alcun cenno alla compassatissima e prevedibile manovra bianconera, che si incaponiva senza costrutto con lanci lunghi dalla tre quarti e dal fondo, e che non trovava e non provava alternative alle estemporanee illuminazioni di un Pirlo semi-immobile e fermo alle magie su calcio da fermo. Nessuna critica alla sua squadra, che è andata sempre e solo al galoppo e che non hai mai provato a bucare il bunker rosso per vie centrali, con la qualità di Pogba e con gli uno-due che sarebbero nelle corde degli avanti bianconeri. E ovviamente nessuna risposta sul tardivo impiego di Giovinco e Marchisio per un Vidal fuori fase, e sulla scelta di togliere Llorente in un finale di superiorità numerica dove le palle alte e sporche erano di importanza vitale.

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Antonio Conte ieri si è dimostrato ancor più “provinciale” dei suoi colleghi detrattori che lui stesso compatisce ed aborra. E usa la stessa insopportabile piangeria lamentosa dei “provinciali” Mazzarri e Benitez, prima dando la colpa al campo e ai trattori del Galatasaray, poi all’arbitro Clattenburg, reo di aver fatto l’occhiolino all’ostruzionismo lusitano. Senza mettere la lente sui numeri bianconeri nelle Coppe 2014. Impietosi e assolutamente rappresentativi. In Champions due sconfitte, tre pareggi e una sola misera vittoria. In Europa League quattro vittorie (di cui tre di misura e sempre soffrendo, anche in casa col modestissimo Trabzonspor), tre pareggi e la sconfitta di Lisbona per 2-1. Quest’ultima vero crocevia emblematico di tutta una competizione presa sempre sottogamba e attraverso un assurdo e folle turnover. Deleterio e mai necessario. Perchè la Juve la qualificazione alla finale se l’è giocata in Portogallo. Gigioneggiando dopo il pareggio, e scendendo in campo non con la formazione migliore. Senza Llorente davanti e Lichtsteiner sulla fascia, elementi imprescindibili nella Juve di Conte. Per preservare i due per la gara col “temibilissimo” Sassuolo, e per difendere nove punti a a quattro giornate dalla fine. Agghiaggiande. Come se integri giocatori professionisti di venticinque anni non potessero disputare una gara ogni tre o quattro giorni. Roba che manco il più andreottiano della primissima Repubblica.

Questo è stato il colossale errore di Antonio Conte in versione-coppe, motivo per il quale non è ancora un grande coah a livello europeo ed internazionale. Aver snobbato la “coppetta”, come già fece con la Coppa Italia, schierando Giovinco e Quagliarella che fino a quel momento avevano giocato quanto e meno di Storari. Inconcepibile ed autolesionista al tempo stesso. Perchè le gare decisive si disputano sempre coi titolari, e coi migliori. Perchè chi gioca poco non ha il ritmo gara, ne’ fisicamente e neppure a livello di fisiologico di autostima. Perchè tra la Juve A e quella B c’è la differenza che passa tra il M5S con e senza Grillo. Perchè dai alibi ai tuoi grandi giocatori, inculcandogli indirettamente il pensiero che quella competizione non è alla loro altezza, e perciò non deve essere giocata alla morte. E perchè, soprattutto per te, mister Conte, queste due coppette avrebbero rappresentato il coronamento e la consacrazione definitiva. La Coppa Italia, mai vinta e da aggiungere alla bacheca tricolore, ma soprattutto l’Europa League, vera laurea continentale e lasciapassare conclusivo per nuovi grandi palcoscenici da top club.