DA "MASTERCHEF"

Dario Baruffa de no’ altri.

By on 3 aprile 2016

E’ lui o non è lui? Certo che è lui. Darione Baruffa from Masterchef Italia 5. Idolo caratterista dell’ultima edizione del talent mangereccio di casa nostra. Mastodontico e pacioso come da piccolo schermo, impermeabile e casereccio come l’amico del forno accanto, inossidabile e robustissimo come il suo soprannome che non deve chiedere mai: Roccia. De no’ altri.

Dario si presenta così, con corazza smanicata nera da mezzo chef mastro, accogliendoci all’esterno della cornice del Dreams American Diner come fossimo amiconi dai tempi elementari, e come non ci fosse un domani stellato. Riso insaccato e misurato dal rossore dell’ormai celebre sfinge cartoonata, carica emotiva pari a quella di chi si è appena sorbito una raffica di battute di Maradona, l’ex benzinaro di Berra si concede ai fans con la semplicità e la leggerezza di chi sa di aver fatto l’impresa, e di aver già vinto senza passare dal via.

Tra un coro stridulo da stadio, un bicchier di lemoncino aranciato, una torre di burgers e mezz’ettolitro di coca apparecchiatogli come trofeo di guerra, il buon Baruffa si consegna pacioso e fanciullesco tra le grinfie di uno sparuto ma farcitissimo gruppetto di fanstalker che lo vorrebbero a casa come abat jour almeno per trentasei quarantottore lavorative. Dario volteggia leggiadro e monosillabo tra chef Barbieri (“il più spaccamaroni”) e la cocente uscita causa-percebes, il suo rapporto con gli ex concorrenti, sopratutto con il crack veneto Mattia, con cui  ha anche condiviso un viaggio in Thailandia, ed alcune curiosità from Masterchef, come la durata del talent (poco più di tre mesi) e l’esigua paga percepita day by day (50 eurini) che ci han fatto capire quanto siano lontani i tempi grassi dei primi reality targati Big Brother e Isola dei Famosi venturizzata.

La spontaneità educational della “Roccia” è quasi commovente e, anche quando potrebbe liquidarti con una pacca da mezza t alla Canavacciulo, non ti vuol deludere, e rimane lì, in piedi e su quel predellino virtuale che si è disegnato ad hoc col suo ampio diametro a cinque cappelli, paziente ad ogni più banal demanda o richiesta pseudo retorica, anche a quelle più inutilmente pruriginose e ripetitivamente complottiste, anche quando la gradazione ed il controllo neuromotorio assumono ormai irreparablmente tragicomici livelli hors categorie.

Dario Baruffa è così. Semplicemente vero. E veramente real. Personaggio per natura, senza fronzoli e ghirigori comunicativi in eccesso, ma con quell’adipe giusto da esser già entrato nella mitologia dell’olimpo di Masterchef. Grazie al suo physique du role, alla sua Elle moscia che più spallino non si può, alla sua estrema ed edulcorata calma olimpionica da lottatore di sumo, a  quella matrioska di strati di irresistibile simpatia paciarotta che non puoi che abbracciar di gruppo, Dario la Roccia rappresenta il fratellone che non hai mai avuto e che hai sempre desiderato (anche per corrispondenza), il cugino sovrappeso a cui nasconder Tegolino, Billy e insaccati, il compagno di banco col quale gnigno e cazzeggio non avevan mai fine. E ovviamente, il capomastro dell’osteria di paese (in quel di Pieve?!) dove poter farti due spaghi o una costata al sangue anche a mezzanotte, innaffiando il tutto con un buon rosso della casa e un’ottima e sana dose di ignorante e genuina compagnia.

Onore a te Dario. Impareggiabile chef della bassa.

 

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