Se n’è andato, in punta di piedi e senza fare clamore, com’era nel suo stile british-democristiano, a poco meno di tre mesi dal raggiungere quota ottanta.
Mino Martinazzoli era uno di quei politici che si sentiva poco, che non amava sbraitare o spifferare tutto davanti alle telecamere. Lui preferiva far parlare il partito, tessere silenziosamente una tela che anche grazie al suo apporto da centromediano metodista ha portato lo scudo crociato ad essere per oltre due decenni leader quasi incontrastato.
Omone imponente dal volto segnato dalle numerose battaglie parlamentari e dall’immancabile “bionda” che aspirava a massicce dosi,  con quell’espressione tenera seriosa che non potevi provare sentimenti avversi, e quel suo passo flemmatico al limite del claudicante che ti dava l’idea del Gigante buono. Si, perchè Mino era così, burbero ma rassicurante, cupo ma elegante, grigio ma illuminante. E quel suo sguardo  perennemente triste, fatto di una scintillante lucentezza d’occhi che da sola bastava per tratteggiare i suoi lineamenti, quelli di un politico di primo pelo, pensatore e nostalgico, mai fuori dalle righe, e di immensa bontà d’animo.  Perchè lui, Mino, dormiva, mangiava e studiava Diccì ventiquattrore su 24, ed era completamente al servizio del partito, di cui si sentiva semplice e modesto funzionario. La sorte avversa gli riservò il non gratissimo compito di traghettare la Balena Bianca nella melma fangosa di Tangentopoli, ma la storia lo ricorderà anche  come l’ultimo segretario della sua amata Democrazia Cristiana. E non poteva essere altrimenti.
Da allora la DC ha chiuso i battenti ed una pagina di storia politica è stata forse troppo in fretta accantonata, in un classico repulisti all’italiana che, con quell’ansia di sbarazzarsi di tutto e subito, forse non si è accorto che qualcosa dal calderone si doveva e si poteva salvare. E noi vogliamo ricordare Martinazzoli fino a questo punto, fino alla chiusura dell’avventura trentennale dello scudo crociato, perchè non possiamo immaginarlo con nessun’altra casacca addosso, che si quella del Ppi, o tanto meno quella di Alleanza Popolare-Udeur. Queste ultime maglie hanno rappresentato la sua sempre viva e purissima voglia di fare politica, ma il suo marchio di fabbrica, limpido ed indelebile, risponde solo ad una vecchia quanto immortale sigla: LIBERTAS.
Ciao Mino, uomo e stile d’altri tempi. Impareggiabile stampo democristiano.
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