Politically Merd: tutta la merda del politicamente corretto

Da ormai un decennio il mondo occidentale, quello libero, la parte buona dell’universo ci hanno sempre detto, è infestato e contaminato da un virus potentissimo in continua diffusione, un vero e proprio cancro che è già in mezzo a noi.  Non si tratta di una nuova branca mortale di coronavirus, ne’ di nuovi conflitti mondiali che bussano all’Europa, e neppure dell’ennesimo ed acerrimo dissing Renzi-Calenda. E’ qualcosa, se possibile, ancor più grave, perché mette a repentaglio quanto di più importante ed essenziale ha conquistato l’essere umano nel corso dei secoli e dei secoli: la propria libertà di espressione, di parola, di poter dire il cazzo che gli pare.

Questa piaga sociale, che paradossalmente ci viene consegnata dalla patria del liberismo, gli Stati Uniti d’America, prende il nome di politically correct.  Belle parole, gran bei propositi, purtroppo miseramente quasi subito naufragati, perché il politicamente corretto, nato con l’intento di non offendere ed escludere deboli, minoranza e disagiati, ad oggi non è altro che l’ossessione della Parola, dell’angoscia tossica del linguaggio inclusivo, della mannaia sulla normalità del dir comune, e della devastazione grottesca della lingua italiana, la più bella, comprensiva e liberale del pianeta. Tant’è che, oggi, non si può più dire un cazzo.

Dagli anni ’10, purtroppo, la proliferazione del fanatismo del linguaggio corretto ha prodotto altri fenomeni deliranti d’oltre oceano come cancel culture e woke culture, ideologie che promuovono giustizia sociale, inclusività e diversità (tipo fuochi fatui come fosse Antani), ma che nella realtà agiscono come una santa inquisizione della parola, arrivando persino a far rimuovere la statua di Thomas Jefferson, padre della nazione americana e terzo presidente Usa, che secondo i canoni coretti era un bieco schiavista e quindi non degno di appartenere agli standard moralati dei giorni d’oggi; oppure facendo togliere dal Museo di Storia naturale di New York il monumento a Theodore Roosevelt, altro ex presidente e pure Nobel per la pace, perché simbolo di colonialismo e razzismo; o ancora, in Australia, dove delinquenti woke hanno abbattuto la statua del capitano James Cook; e in un college a Cambridge dove volevano far sparire la statua del fondatore perché ritenuto schiavista; o addirittura nella vicina e liberalissima Francia, ove è stato dato l’ok per buttar giù la statua di “San Michele e il drago”, perché indicherebbe una preferenza religiosa piuttosto che un’altra.

Ora, è abbastanza chiaro e lapalissiano che qui siamo davanti a veri e propri ayatollah del pensiero corretto – o forse meglio ottuso – che vogliono cancellare il passato sulla base di un revisionismo storico folle e demente che prevede la distruzione di ogni simbolo che possa infastidire la loro stupida e superficiale concezione della Storia, che deve invece rappresentare la nostra memoria, e che mai deve essere infranta e danneggiata. Ma il punto fondamentale, purtroppo, è che il politically correct sta avendo la meglio su tutti noi, perché queste idiozie esistono già, vengono approvate, e si stanno diffondendo pure nel Belpaese.

In Italia la sciagura corretta importata d’oltre oceano sta già circolando ampiamente, e viene trasmessa a macchia d’olio soprattutto tramite tre canali che vanno per la maggiore: la parità di genere, la molestia e ogni cosa che sia offensivo per chicchessia. Il primo ha avuto la sua genesi negli anni nefasti della Pres Boldrini con le sue grandi battaglie dallo scranno della Camera riguardo la storpiatura di ogni arte e professione al femminile (da avvocata ad ingegnera, da assessora a signora presidente) e con la richiesta ai genitori di non comprare alle loro bambine solo Barbie e pentole, ma anche astronavi e meccano, riducendo così la contaminazione ed il rischio che queste si identificassero tutta la vita con lavori di casa al servizio dell’uomo dominante e bruto..

Ma è negli anni ’20 che le follie gender fluid imperversano senza soluzione di continuità e di senno, cercando di far divenire a tutti i costi la vita della gente comune un vero e proprio inferno linguistico, tra mille rivoli ed ostacoli cultural sessuali ed il bestiale stupro dell’idioma italico. Così a Firenze, culla della lingua nostrana, il sindaco Nardella s’inchina alla nazi ideologia di genere e fa’ mettere asterischi e vocali azzerate nelle note ufficiali; roba che manco in Amici Miei. Mentre all’Università di Bari spunta d’amblè l’elenco delle parole proibite, si legge nel documento, per evitare il maschile sovraesteso. Sì, avete capito bene, il maschile sovraesteso, signori. Vietando per giunta di salutarsi col più classico dei “Buongiorno a tutti”. Amen.

E ovviamente nella carrellata delle puttanate sesquipedali che dobbiamo udire ogniddì facendoci sanguinar i timpani, non poteva certo mancare la regina delle città inclusive per antonomasia. Ovviamente la dotta Bologna dove, per sconfiggere discriminazioni e forze del male, il Comune del signor Lepore si è dotato nientepopodimenochè del manuale di genere, ove si combatte principalmente il letale utilizzo del maschile generico. Bologna che già si era distinta alla grande nel capodanno ’24, quando il Vecchione fu sostituito da una più inclusiva fenice rosa transfemminista, con scappellamento a sinistra, e pure l’estate scorsa con la proposta bus “queer”, potendo sottoscrivere abbonamenti ai trasporti pubblici con la propria ‘identità alias’. Evviva.

Così, mentre viene istituita a livello giornalistico la nuova figura del Diversity Editor, immaginiamo fondamentale per informare senza discriminare la qualunque, nel piccolo e ridente comune di Guagnano, nel Salento, pensano bene di sconfiggere la diversità di genere attraverso la rivoluzione del grembiule, verde e a quadri bianchi per tutti. Perché ovviamente nella mente bacata di coloro che anche solo pensino ste boiate, vi è l’assunto beota che il peccato originale sia quello che anche dei semplici e puri bambini delle elementari possano provare disagio ed ansia esistenziale se gli si mette addosso un camice blu piuttosto che rosa. Roba da camicia di forza, altroché.

Ma c’è chi fa ancora meglio, ed alza l’asticella geder, come ad un liceo di Torino, in cui vengono aboliti i termini esclusivi “studente” o “ragazzo”, in luogo dei del più includente e fluido asterisco. Così “studente” e “studentessa” diventano “student*”, mentre “ragazzo” o “ragazza” si trasformano in “ragazz*”. Chiaro no?  Oppure in quel di Castelfranco Emilia, nel modenese, dove il Comune decide di usare lo “Schwa” (sì, proprio lui) nelle sue note ufficiali. E ci immaginiamo la serie interminabile di bestemmie poco inclusive od ogni letta di ciascuna e-rovesciata.

Anche se l’apice della magnificenza della parità di genere viene dai Paesi Bassi, dalla superba creazione di  una ragazza olandese di 23 anni, tal Indy Mellink, che ha addirittura messo in vendita il primo mazzo di carte francesi neutrale, rispettoso dei sessi, ottenendo pure un ottimo  successo commerciale. Che dire, genio (ops, genia) totale.

I tentacoli del politicamente corretto, purtroppo, non si fermano alla fantomatica ed irreale ricerca dell’uguaglianza dei generi, ma si spingono ben oltre l’immaginario delle follie gender. Ad esempio verso ogni qualsiasi termine, parola od omissione che possa offendere, urtare ed  insultare la benché minima sensibilità anche del singolo individuo, anche del povero inetto che urla la sua illogica disperazione sui social. E basta, a volte, davvero l’opinione dello sciocco di turno per far cambiare una decisione, modificare un provvedimento, far scatenare un inferno mediatico che porta a far prevalere l’idiozia inverosimile del politically correct. O ancor peggio, aziende pubbliche e private si “tutelano” preventivamente all’inclusione prima di fare qualsiasi scelta commerciale o lanciare prodotti o brand sul mercato. E’ questa la vera tragedia umana e sociale dei nostri tempi. Cercare di difendere e tutelare tutti, pensando vi sia sempre qualche minoranza da accontentare, quando invece nessuno chiede di esser protetto o tanto meno ghettizzato da decisioni assurde che vanno ben oltre il ridicolo.

Così accade che la storica Mattel lanci la prima Barbie con la sindrome di down. Sì, avete capito bene, in nome dell’inclusione la bambola più famosa del mondo verrà prodotta anche handicappata. Oppure la nuova Biancaneve corretta, che dovrà essere nera, senza nani e pure senza principe, in ossequio al rispetto ossessivo del patriarcato. Che già aveva portato la principessa sul banco del tribunale delle molestie, quando alcuni imbecilli sono arrivati a gridare allo scandalo pure sul bacio del principe alla stessa Biancaneve, che per le loro menti contorte non era affatto consensuale. Non ho altro da aggiungere vostro onore.

E che dire dei romanzi di Agatha Christie, che verranno riscritti per “evitare offese”, con la casa editrice che arriva ad ingaggiare un gruppo di “lettori sensibili” per depurare le sue opere di ingiurie, riferimenti etnici e descrizioni sgradevoli. E del mitologico Lino Banfi, icona nazional popolare, messo al pubblico ludibrio per aver esclamato il suo classico “porca puttena” in un famoso spot telefonico. O ancora il colosso televisivo Disney+ che, dopo aver definito “razzisti” capolavori come Via Col Vento, Peter Pan e gli Aristogatti, allerta i propri utenti nel pericolo di “stereotipi negativi” del Muppet Show. Andate a fare in culo.

 

TUTTO E’ RAZZISMO

Dalla ricerca spasmodica dell’offesa al razzismo, è ovviamente un attimo. E certamente il politicamente corretto non si poteva lasciar scappare questa immane occasione, quella cioè di additare qualsiasi forma ed opera verbale o scenica che non sia conforme a quanto stabilito dalla spectre del nuovo ordine del conformismo mondiale, trasformandola in una condanna all’ergastolo per intolleranza o segregazione razziale. Con le varie piattaforme televisive, i grandi network, le case editrici e pure le ambasciate che fanno a gara a chi vieta, proibisce o censura più film, pieces, romanzi o cinepanettoni possibili.

Così nel Regno Unito la placida ed adorabile Mery Poppins viene catalogata come “film discriminatorio”, non più adatto per tutti, tanto meno ai bambini ovviamente, che potrebbero crescere con stereotipi razzisti, e magari fondare il nuovo Ku Klux Klan riorganizzato al grido di “basta un poco di zucchero e il nero va giù”. Roba che manco al buon vecchio Cotolengo.

Rimanendo in Inghilterra, c’è chi ha pensato addirittura di riscrivere Shakespeare in salsa meno razzista. E’ il Globe Theatre londinese ad aver avuto la brillante idea, organizzando seminari per rileggere criticamente le “dinamiche problematiche a livello di genere e razziale”.

Mentre a casa nostra, nella popolana Striscia la Notizia del buon Ricci, ove ogni sillaba viene vagliata, analizzata e sviscerata scrupolosamente, due tra i conduttori più pacati e buonisti dell’etere, Gerry Scotti e Michelle Hunziker, vengono accusati di razzismo per aver mimato con le dita gli occhi a mandorla orientali, in una gag talmente all’acqua di rose che credo manco mezzo cinese si sia potuto offendere da Gallarate a Pechino. Morale: la conduttrice italo svizzera chiede scusa pubblicamente.

E tornando oltre oceano, in quel di Toronto, c’è pure chi afferma, si spera per giuoco, che mangiare con le posate sarebbe da razzisti. Lo avrebbe detto una signora chef, per la quale forchetta e coltello rappresenterebbero un retaggio del colonialismo. Manco a tavolo ci lasciano più in pace.

Ma la palma della follia del politically correct combo razzismo, va certamente al famoso youtuber Antonio Radic (in arte Agatmator), lo scacchista più seguito al mondo, a cui è stato bloccato il canale semplicemente per commenti di gioco del tipo “il bianco attacca il nero”, ritenuti offensivi e discriminatori dai grandi algoritmi della piattaforma video. E quando era il nero ad attaccare e ad abbattere il bianco? Tutto in cavalleria ovviamente.

 

ODDIO I GAY E L’OMOFOBIA

Ovviamente non potevano mancare le bislacche teorie corrette volte a difendere diritti e sensibilità delle cosiddette minoranze omosex, che finiscono per essere ghettizzate e dileggiate nel linguaggio e nella prosa del tritacarne dell’inclusività. Stravolgendo icone e simboli storici riconoscibili a chiunque, volendogli appiccicare forzatamente quell’etichetta Lgbtq+ che manco gli stessi rivendicano ne’ tanto meno desiderano. Come Capiatan America che dopo 80 anni diventa, a sua insaputa, un supereroe gay. O la solita Disney che nel ’22 annuncia che la metà dei suo personaggi-cartoni saranno omosessuali, con la dirigente su Zoom che recita testuale: “Sono qui come madre di due bambini gay, uno transgender e uno pansessuale”. Come fosse Antani.

Come ad Edimburgo, in Scozia, dove una scuola elementare chiede ai propri bambini di indossare la gonna per promuovere l’uguaglianza. Sì, della minchia. O ancora dalla Londra binaria, dove il delirio woke di quest’anno viene dallo Science Museum, che se ne esce con la cagata pazzesca che “i mattoncini Lego rafforzerebbero il credo per cui l’eterosessualità è la norma”. I Lego, signori miei, sarebbero omofobi.

E, mentre nella Spagna di Sanchez a scuola sostituiscono le materie di Storia e Filosofia con le più moderne ed attuali Ecofemminismo e LGBT, nell’Università di casa nostra, a Roma Tre, viene creato un laboratorio ad hoc per giovanissimi transgender (per la precisione per “bambin* trans e gender creative”), per ascoltare le storie di bambini tra i 5 e i 14 anni. Che, magari, a quell’età si dovrebbero lasciar studiare e giocare in santa pace, senza martoriarli con ste pippe ludico mentali omolesbotransfobiche di stocazzo.

E accade pure che un asilo di Milano nel recente passato abbia addirittura abolito la meravigliosa festa del Papà. Motivo? Non si volevano offendere i genitori gay. Così si sono offesi tutti i bimbi dell’asilo, che avrebbero voluto creare un piccolo grande ricordo per l’amato padre. Oltre la follia.

Come nella vicina Austria, dove nella capitale Vienna si è arrivati a creare i semafori contro l’omofobia dove, al posto del solito omino solitario, vengono colorate di rosso, verde e arancione delle sagome di coppie che attraversano la strada per mano, gay ed etero. E così il problema dell’intolleranza è bello che risolto.

 

TUTTO E’ SESSISMO

Così come il fantomatico e dilagante sessismo targato politicamente corretto, che sbarca pure a Sanremo, dove sotto accusa quest’anno ci va “Bella Stronza” di Marco Masini, il cui testo, conosciuto da secoli, oggi viene ritenuto misogino. E anche sta volta, però, purtroppo, si china il capo verso la ghigliottina femminista, tanto che il direttore artistico Carlo Conti, in persona, è costretto scusarsi e a farla riadattare. Tutto finito.

Ma se pensavate di aver già visto e sentito di tutto nella vostra vita, beh vi sbagliavate. Perché nel 2021, udite bene, l’associazione americana di produttori materiale audio (PAMA) annuncia che sta lavorando per voler cambiare i desueti e sessisti jack “maschio” e “femmina”, ritenuti troppo politicamente scorretti. Dichiarando così ufficialmente guerra al sessismo dei cavi audio. Ora sì che è tutto finito per davvero.

E pensare che alcune transfemministe senesi avrebbero anche  trovato la soluzione per sconfiggere la più pericolosa branca del sessismo, il Patriarcato, ideando una sorta di Monopoli contro la disparità di genere. Il gioco da tavolo si chiama “Pink*” (con l’asterico ovviamente) e presto verrà messo in commercio.

Così come  per le strade dell’Emilia Romagna, grazie alla Regione e ai soldi nostri, già da un po’ girano una serie di cartelli shock che lanciano moniti contro la violenza verbale sulle donne, con slogan  ad effetto del tipo “Ma quanto hai speso? Non sai neanche fare la spesa” che, oltre al grottesco comunicativo, esprimono un totale irrealismo di  genere, con la maggior parte dei manifesti che dovrebbero essere invertiti a favore dell’uomo. Sai quante volte è la donna, infatti, ad affliggere il povero marito quando torna mogio mogio con la borsa della spesa in mano beccandosi i peggio improperi per aver sbagliato marca di pannolini o aver preso accidentalmente i fagioli borlotti piuttosto che i cannellini? Eddai.

Ma il sessismo ai tempi del conformismo corretto non finisce certo qui, inondando la nostra quotidianità nei modi e luoghi più disparati e colpendo uomini e personaggi più insospettabili. Come il buon Paolo Bonolis che, nella serata dedicata a “Pesaro 2024 capitale della Cultura” si prodiga nel suo consueto modus da presentatore scanzonato e fuori dagli schemi, dispensando battute  qua e là, sia alla direttrice d’orchestra chiamata, pensate, addirittura “signora”, che a ad una percussionista, definita dal  presentatore “molto sexy”. E tant’è che, nel classico clima ilare creato da Bonolis, apriti cielo al Sessismoh, con la direttrice che se la prende di brutto e pretende di esser chiamata col suo titolo professionale, e i giornaloni che gridano allo scandalo in diretta nazionale. A sto punto forse era meglio far condurre a Pippo Baudo.

Rimanendo in casa mamma-Rai, la scure del sessismo ha colpito pure due malcapitati commentatori di una gara del mondiale di tuffi del ‘23, carpiti in un fuori onda ove si lasciavano andare a qualche mezza battura sulla tuffatrice Harper, del tipo “E’ una suonatrice d’arpa. Come si suona l’arpa? La si tocca? La si pizzica. Si la do”. Zac, fregati pure loro, subito a casa dal Giappone, e pure senza cena.

Ma questo è nulla in confronto a quanto accaduto dall’altra parte dell’etere, sponda Mediaset, al povero Andrea Giambruno, all’epoca compagno della premier Meloni, reo nell’estate ’23 di aver scherzato e cazzeggiato con alcune colleghe, spingendosi nelle classiche battutine sex-innocue tra compagni di lavoro, che però vengono registrate in bassa frequenza da Striscia che ovviamente ci fa lo scoop del secolo. Risultato? La premier prende la palla a balzo silurando pubblicamente l’ormai ex, e lo sventurato Giambruno non vede gli studi televisivi da quasi due anni. Alla faccia dell’autosospensione.

E che dire invece del duo Bobbi-Valsecchi di Sky che, nel post gara di F1 sempre del ’23 vengono “fregati” per essersi lasciati andare ad un “bel pacchetto di aggiornamenti” rivolto a due avvenenti signorine alle spalle degli inviati, entrate ahiloro nell’inquadratura televisiva. I questo caso l’accetta del Sessismo si accontenta di un solo GP di squalifica.

Ma neppure il calcio è ovviamente immune al virus sessista, tanto che il DG della Juve Cristiano Giuntoli viene messo sul banco degli imputati del tribunale misogino per aver semplicemente paragonato il flop di un acquisto di u calciatore ad “una fidanzata che non lava, non cucina e non stira”. Manco avesse detto che non scopa, echeccazzo.

Ora, in questa solo parzialissima carrellata di boiate sesquipedali che di sessismo non hanno neppure l’odore, non poteva certo mancare  il luogo più intimo e segreto della vita di ogni essere umano: il cesso. Dove i ghostbuster anti-sessisti sono riusciti a trovar tracce di fantasmi pure nei simboli umanamente riconosciuti del Wc per maschi e femmine. Tant’è che in una delle principali università nostrane, La Sapienza di Roma, si taccia di sessismo i suddetti simboli delle toilette della mensa degli studenti, in quanto per certe menti avariate l’Uomo verrebbe ritratto in abiti seri da ufficio, mentre la Donna con indumenti succinti, pronta per una passerella di moda. Passando, penseranno sti fenomeni, magari per i viali di periferia.

 

TUTTO  E’ FASCISMO

In questi tempi così bui e angoscianti per la libertà di parola, è quasi banale e scontato che ogni espediente o simbolo storico vada a ricondursi ai tempi del ventennio del sior Pelatone. Perché nel dissennato mondo del politicamente corretto, tutto è Fascismo.

E’ fascista la Molisana perché lancia “la pasta al sapore di littorio”. Come se dentro i granuli vi fossero tanti mini Balilla pronti a farci esplodere palato e papille gustative manco fossimo in Abissinia. La cosa triste, purtroppo ahinoi, è che la storica azienda di pastificio è costretta a scusarsi e cospargersi il capo di cenere pubblicamente, per non perdere clienti, per il “rispetto del mercato”, o forse solo per puro e mero quieto vivere.

E’ diventato fascista pure il Gran Sasso, sì avete capito bene, il massiccio montuoso più alto degli Appennini. Perché qualche scienziato dell’Anpi (l’associazione dei partigiani italiani) ha visto impresso nel logo turistico della costa teramana l’immagine di Sua Eccellenza Benito Mussolini. Tuonando alla Costituzione e all’antifascimo come se dovessero organizzare la resistenza armata per la Terza guerra tra monti e colline italiche.

E’ fascista anche il santo Natale de no’ altri, perché se scrivi Merry Christmas abbreviandolo in XMAS, stai richiamando il vecchio battaglione fascista della Decima MAS. Così succede a Pozzallo in Sicilia, dove il sindaco ha fatto rimuovere questa scritta natalizia perché qualche fanatico dell’antifascismo aveva protestato inviando una lettera al Comune. Manco l’avesse messa il generalissimo Vannacci.

 

BUON NATALE

E restando sempre in clima natalizio, che ne dite delle nuove linee guida della UE che nel ’21 se ne esce con un divieto bello e buono sulla parola “Natale”, vietata per tutelare la nuova comunicazione inclusiva europea? A cui fanno eco le Università del vecchio continente, prima in Inghilterra, a Brighton, dove l’ateneo consiglia di non dire “Buon Natale” perché troppo cristiano-centrico,  e perché le diverse lingue e culture presenti nell’ateneo potrebbero essere infastidite da tale augurio. E anche in Italia, all’Università di Fiesole, dove nel ’23 il buon vecchio caro e amatissimo Natale diventa la “Festa d’inverno” per non urtare la sensibilità e discriminare le altre religioni. O a Padova, dove alla recita scolastica di una scuola elementare si arriva al tragicomico del conformismo ridicolo religioso, in cui, per non urtare i fratelli musulmani, nostro Signore “Gesù” viene sostituito con “Cucù.  Amen.

 

LA MOLESTIA

Nel pianeta dell’ossessione da incubo del politicamente corretto, non poteva mancare la regina della discriminazione, dell’odio sociale, della morale perduta, dell’offesa sempre e comunque. La molestia. Alla donna ovviamente, ma non solo. Perché i benpensanti moralati ed i puristi censori della pruriginosità sessuale non si possono far mancare nulla.

Così nel Regno Unito, sempre antesignano in materia, un tribunale sentenzia che definire un uomo “pelato” rappresenti molestia sessuale. Perché, recita la sentenza, “l’uso della parola potrebbe essere intrinsecamente correlato al sesso e costruire una forma di discriminazione”.  Eh vabbè.

Ma anche in Italia non siamo ne’ vogliamo essere assolutamente da meno. Poche settimane fa, ad aprile di quest’anno (con fatto risalente al 2018), un cuoco di Roma è stato condannato ad un anno e quattro mesi di reclusione perché colpevole di aver palpeggiato col gomito il seno di una cameriera.  Allora, pare che il cuoco, passando in uno corridoio abbastanza stretto della cucina, durante il trasporto di una cassa da 15kg di  pomodori, abbia urtato col gomito una tetta della cameriera, che si è sentita molestata e ha deciso di sporgere denunzia per molestie sessuali. E queste assurdità di  processi, che intasano il sistema giudiziario italico già ampiamente al collasso, sono tutte a nostro carico.

E come non pensare, inoltre, a quel vigile urbano di Roma accusato di catcalling (sig.: molestia maschile consistente nell’espressione verbale e gestuale di apprezzamento di natura sessuale in modo esplicito, volgare e talvolta minaccioso, a una donna incontrata per strada o in un luogo pubblico) per aver rivolto un romanesco  “Ammazza oh” a tal signora Flavia Restivo, scrittrice ed attivista, che lo ha poi immortalato in un video che ha fatto il giro di rete e social, fino ad arrivare al programma televisivo Le Iene che ha messo letteralmente al pubblico ludibrio l’agente di polizia locale. Roba che minimo anche sto caso finirà in tribunale col vigile costretto quanto meno a risarcire la vittima. Che poi, manco l’avesse mandata a morì ammazzata.

 

PERLE DAL POLITICAMENTE CORRETTO

Il meraviglioso mondo del conformismo e della moralità corretta si compone di una marea di tentacoli, anche tra i più inimmaginabili, inconcepibili, imprevedibili.

Come il caso dell’Arsenal calcio femminile, costretto a scusarsi pubblicamente perché nella rituale foto di squadra di inizio stagione non è presente neppure una giocatrice di colore. Sacrilegio talmente grave che la società emette un comunicato ove si legge che “La nostra squadra non riflette la diversità esistente nelle comunità che rappresentiamo”.

Oppure nelle stravaganze di ogni genere, come la tiktoker Dee Whitnell che ha fondato il “genere di stagione”, che consiste nel sentirsi più maschio d’estate e più femmina d’inverno, spiegando che, come per la sessualità, anche l’identità di genere può essere fluida e mutare nel tempo. Che dire, chapeau.

O financo all’identificarsi in un lupo, come in una scuola scozzese, dove fa il suo ingresso persino la disforia di specie. Geniali.

O ancora tornando negli Usa, dove vengono elette Miss Maryland transessuale e Miss Alabama ultra curvy (grassa, ndr). Un totale trionfo woke, dove non si scontenta davvero nessuno. Da una parte la donna trans contro le discriminazioni gender, dall’altra la cicciona a far scudo agli attacchi da body shaming. Capolavoro.

E rimanendo nell’amata America c’è chi, come la cantante Demi Lovato, non si sa quanto provocatoriamente (probabilmente zero) afferma urbi et orbi di essere una persona non binaria, chiedendo all’universo mondo di esser chiamata col pronome “Loro”, pubblicando un post in cui dice: “Sono orgoglios* di definirmi binar*”.  Esticazzi non ce lo mettiamo?

Tornando al caro Belpaese, vediamo anche la classe politica può contribuire assai alla galassia delle stronzate ugualitarie. Come nel caso del redivivo Darione Franceschini che, a marzo di quest’anno se esce dal sarcofago con una proposta da premio nobel del politically correct: “Dare ai figli solo il cognome della madre come risarcimento per le ingiustizie secolari subite dalle donne”. Dite al buon Dario, che si è affrettato a chiarire che l’iniziativa sarebbe solo a titolo personale, che se ai figli vien dato il cognome della madre, è praticamente come dargli quello del vecchio nonno materno maschio.

Ma chiudiamo in bellezza sempre dal pianeta bigotto-Italia, con quello che può rappresentare davvero il manifesto plastico della finta ed ipocrita moralizzazione falsamente protettiva dei famigerati temi sessuali. Pochi mesi fa, a maggio di quest’anno, è stato sospeso lo spot di una marca di scarpe da lavoro con protagonista la nota Diletta Leotta. Non per merito suo, ma a causa della scena iniziale in cui,  in cui, alla domanda “qual è stata la prima volta che sei rimasto senza parole?” appare un bimbo che, dalla prima fila del palco di un concerto, guarda ed ammira estasiato una giovane cantante, bella e dalle forme sinuose e sensuali, neppure troppo spogliata, visto che è vestita con un paio di stivaletti neri, una gonna di jeans ed una canotta nera che abbraccia e copre i seni (trattasi massimo di una seconda e mezza). L’accusa dei benpensanti moralati, pure giornalisti, è che questa innocua pubblicità “sessualizza lo sguardo di un bambino”. Così da far indurre il gran giurì pubblicitario alla chiusura dello spot, in seguito poi rimesso in onda con la parte della cantante in minigonna ovviamente tagliata. Roba che manco la polizia morale di Teheran.

Ora, al contrario di quanto pensino i perbenisti che vedono ambiguità sessuale ovunque, questa pubblicità, e in particolare la scena del bambino in adorazione alla cantante, oltre ad essere di un’innocenza quasi fanciullesca, è assolutamente realistica ed espressiva di una condizione fondamentale che lega l’essere umano fin dai primi anni della sua esistenza: l’infatuazione, la prima cotta che ci ha fatto arrossire, l’innamoramento in tenera età, e anche la prima eccitazione sessuale. Tutte cose che rappresentano emozione e amore allo stato puro, che sono il grande motore che conduce la vita. Altroché confondere, sessualizzare o altre minchiate varie.

 

Ma purtroppo è così che oggi va il mondo, al contrario, dalla parte delle assurdità inutili e dannose del politicamente corretto, che ci ha tolto la libertà di parola, di sguardo, di seduzione, e pure di quel sacrosanto giudizio ruvido, scorretto ed irriverente, che non rappresenta in alcun modo offesa od ingiuria a qualsivoglia gusto sessuale, religione o stato fisico. Perché gay, trans, islamici o ciccioni non hanno bisogno di esser difesi ne’ messi dentro un ghetto di leggi create ad hoc come si farebbe per reclusi o schiavizzati. E gender fluid, woke e catcalling non sono altro che invenzioni linguistiche create ad arte da chi si autodefinisce come purista e conformista del pensiero corretto, ma che in fondo non è altro che uno stolto  censore antidemocratico e illiberale che vuole imporre il suo credo all’universo, provando a cancellare più libertà possibili a tutti coloro che non la pensano come lui.

E mentre il Brasile poche settimane fa’ ha dato il via libera all’autorizzazione del genere neutro nei documenti di identità, per fortuna e vivaiddio che tra noi è tornato uno dei baluardi della normalità e della libertà di espressione, il signor Donald J Trump, che ad un mese dal suo insediamento alla Casa Bianca ha dichiarato perentorio: ”Gli USA sono usciti dalla tirannia del politicamente corretto. Il nostro Paese non sarà più woke”.  Parole che ci danno una gran carica per continuare a lottare contro le stronzate dispotiche da correttezza e dintorni, e per non perdere mai e poi mai la libertà nel poter dire, sempre, in ogni  momento, il cazzo che ci pare.

Vaffanculo politicamente corretto. Non ci avrai mai.

WhatsApp chat